A fine luglio 2026 Google ha introdotto in Google Earth una funzione sperimentale presentata come strumento creativo. L’obiettivo dichiarato era offrire agli utenti, soprattutto studenti, un mezzo per “visualizzare il passato”, pianificare interventi immobiliari o reimmaginare con fantasia luoghi familiari. L’esperimento, tuttavia, è deragliato in pochissimi giorni: ricercatori, analisti di geopolitica e semplici utenti ne hanno subito testato i limiti, mostrando quanto fosse agevole aggirare i filtri per produrre contenuti fortemente fuorvianti.

In pochi clic l’interfaccia permetteva di creare e collocare scenari fittizi ma estremamente sensibili dal punto di vista geopolitico su mappe reali. Sono così comparsi falsi gruppi di rifugiati al confine tra Stati Uniti e Messico, una inesistente centrale nucleare in Iran e persino un cratere da esplosione accanto a un finto ospedale nella Striscia di Gaza. Di fronte al dilagare di screenshot controversi e al concreto rischio di disinformazione geolocalizzata, l’azienda ha fatto marcia indietro, annunciando il rollback completo della funzione per integrare “guardrail” più solidi.

Per anni l’immagine satellitare ha goduto di una sorta di indiscussa “autorevolezza notarile”: fredda, tecnica, neutrale, in grado di certificare ciò che al suolo veniva negato o restava inaccessibile. Il cortocircuito generato dall’intelligenza artificiale ha incrinato questa certezza. L’investigatore e ricercatore Henk van Ess ha mostrato quanto fosse semplice l’operazione: bastava scegliere un luogo, cliccare su “create image”, inserire un prompt testuale e lasciare che il modello (come Nano Banana 2) generasse l’immagine sintetica, automaticamente ancorata ai rilievi 3D e ai dati geografici reali. Anche quando il risultato non appariva del tutto fotorealistico, l’inserimento dentro una cornice cartografica ad alta legittimazione come Google Earth conferiva un immediato surplus di credibilità. Da qui nasce la “disinformazione geolocalizzata”.