La riforma Calderoli non s'ha da fare e - detto tra il monito e l'auspicio - non si farà. Questo, non perchè nel Lombardo-Veneto non stiano facendo di tutto per concretizzare il sogno bossiano del federalismo mascherato da autonomia differenziata, ma perchè l'iter pur avviato da quattro Regioni del Nord sembra burocraticamente in salita. E si sa che nell'Italia delle norme su, delle norme giù, dei codicilli e dei cavilli, realizzare qualcosa è sempre arduo e impegnativo. Per questo, occorre insistere nella battaglia contro il disegno “spacca Italia” della Lega, un movimento che va prendendo forma, come ci auguravano e chiedevamo, sotto forma al momento prettamente istituzionale e a guida vivaddio pugliese, con alla testa il governatore Antonio Decaro e il sindaco metropolitano di Bari Vito Leccese.
Vero è che il Senato e di recente anche la Camera hanno approvato gli schemi di intesa preliminare tra il Governo e le Regioni Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto. Non c'è dubbio che i relativi provvedimenti “fotocopia” della maggioranza di Centrodestra prevedono l’attribuzione agli enti regionali richiedenti di particolari forme e condizioni di autonomia in materie specifiche: professioni, protezione civile, tutela della salute e previdenza complementare. Fa tremare le vene e i polsi constatare che dietro l'apparentemente innocente dizione di tutela della salute si nasconda la decisiva, delicata sanità, con tutto quello che d'altrettanto fatalmente dirimente comporta: assistenza ospedaliera, farmaceutica, pronto soccorso qualità della vita e finanche dell'esistenza in assoluto.









