Il continente africano da alcuni mesi è attraversato da una rapida e pericolosa deriva omofoba. L’omosessualità resta illegale in 31 dei 54 Stati africani con sanzioni che vanno dalle pene pecuniarie fino all’ergastolo, ma non mancano le condanne alla pena di morte. Il Niger, fin dalla sua indipendenza nel 1962, era stata una delle poche nazioni che aveva dimostrato una certa apertura con una legge, ereditata dalla Francia, che non puniva esplicitamente i rapporti tra adulti dello stesso sesso. A Niamey nel mese di maggio è stata promulgata una legge che criminalizza, per la prima volta, l’omosessualità, ritenendola non conforme ai valori sociali e culturali nigerini. Le pene previste sono particolarmente severe e possono arrivare a 20 anni di carcere per un matrimonio fra persone dello stesso sesso, con la reclusione fino a 10 anni anche per testimoni ed organizzatori del matrimonio. Il semplice atto, definito dalla legge come «contro natura», comporta una condanna da 5 a 10 anni e una multa di 150mila euro, senza possibilità di condizionale o di circostanze attenuanti. Le notizie che arrivano dal Niger, da anni in mano a una giunta militare che obbedisce alla Russia, si inseriscono in un trend negativo che coinvolge molte nazioni.Il Mali, il Burkina Faso, entrambi controllati dai militari, ma anche Stati con un tradizione democratica più consolidata come il Ghana e il Senegal sono ripidamente scivolati verso una legislazione persecutoria verso i diritti Lgtbq+. Alio Daouda, ministro della Giustizia del Niger ha rivendicato la nuova legislazione come necessaria. «La società nigerina è molto attenta alla moralità e condanna ogni tipo di atto immorale che possa traviare i nostri giovani. Gli atti contro natura vogliono distruggere il tessuto sociale, non permettendo di avere figli che sono il nostro futuro. I colonialisti avevano lasciato volutamente spazio ad azioni immorali, la nostra giunta ha messo fine a questa ambiguità che macchiava la specchiata società nigerina. Come i governi fratelli di Mali e Burkina Faso, con i quali formiamo l’Alleanza del Sahel (Aes), stiamo costruendo una nuova nazione, salda nei principi come la famiglia e i figli». In Ghana il nuovo corso repressivo è stato fortemente sostenuto dal presidente John Dramani Mahama che aveva espresso fin dal suo insediamento il proprio favore a un inasprimento delle leggi. Accra non aveva mai represso esplicitamente le relazioni omosessuali, anche se erano vietati fin dall’epoca coloniale britannica. Sicuramente più grave il caso del Senegal, che sta cambiando la sua classe politica ringiovanendola profondamente e questa svolta autoritaria rimette in discussione la democratizzazione della nazione affacciata sulle coste dell’Oceano Atlantico. Il presidente senegalese Bassirou Diomaye Faye ha infatti deciso di promulgare una discussa legge che arriva a raddoppiare le pene detentive per gli atti omosessuali, portando Dakar a diventare uno dei Paesi più repressivi del continente africano in questa materia. I nuovi provvedimenti sono stati approvati all’unanimità dal parlamento senegalese, senza nessuna protesta dall’opposizione. «Queste leggi sono uno strumento necessario per la tutela dei valori nazionali – ha dichiarato alla televisione nazionale il ministro dell’Interno, Mouhamadou Bamba Cissé – siamo molto soddisfatti di quanto stiamo facendo per cambiare in meglio il nostro Stato. Abbiamo aumentato di un terzo le pene carcerarie e abbiamo introdotto pesanti sanzioni pecuniarie. Tutto per il futuro del Senegal». La situazione nel Paese sta rapidamente degenerando e da alcune settimane il governo ha ordinato decine di arresti di dissidenti e oppositori, comprese alcune celebrità locali. Tutte le organizzazioni per i diritti umani si sono dette preoccupate per l’incolumità della comunità Lgbtq+, che rischia di diventare un bersaglio, mentre molti giovani sono scesi in piazza per protestare contro l’esecutivo che sta tradendo le riforme democratiche promesse.Ma ci sono realtà anche peggiori come la Mauritania dove gli atti omosessuali sono punibili con la morte, di solito tramite lapidazione o la Nigeria dove, negli Stati settentrionali dove viene applicata la legge islamica, l’omosessualità è sempre punita con l’impiccagione. Nella lista degli orrori l’ultima arrivata è l’Uganda che nel 2023 ha introdotto l’Anti-Homosexuality Act che prevede la morte per i casi di omosessualità aggravata, una formula vaga che colpisce le relazioni tra persone con l’Hiv. Adelard Kananira è un attivista burundese per i diritti gay che ha dovuto lasciare il suo Paese e adesso vive in Italia. «Quello che sta succedendo non è una sorpresa, basta guardare la situazione delle persone Lgbtq+ in queste nazioni anche prima delle leggi. Adesso viene concretizzata la discriminazione e l’ostilità già esistente, spinta da un clima politico che si descrive panafricano contro l’Occidente. Come diceva la scrittrice senegalese Fatou Diome “dire che l’omosessualità non esiste in alcune nazioni è come affermare che non fanno parte della società umana, perché le società africane hanno nella storia la presenza delle persone omosessuali e in alcune culture erano anche più accettate e addirittura celebrate”. La storia ci ha insegnato che i diritti non sono mai stati regalati a nessuno, lo stiamo vedendo in Kenia, l’abbiamo visto in Madagascar, dove la generazione Z sta cambiando la storia. Insieme con le nuove generazioni il cambiamento potrà arrivare, ma servirà tempo».
Deriva africana contro i diritti
Dal Niger al Senegal, dalla Mauritania alla Nigeria, la stretta autoritaria contro l’omosessualità in diversi Paesi del Continente è spinta da un clima politico









