Ho vissuto una trentina d’anni in Africa occidentale come missionario. Dapprima laico e successivamente come membro della Società delle Missioni Africane. La Costa d’Avorio, con il passaggio dal partito unico al multipartitismo. La Liberia, dalla guerra civile di 15 anni alla sua conclusione e infine, il Niger dove ho trascorso 14 anni. È proprio in Niger che, il 26 luglio 2023, esattamente tre anni or sono, ho assistito per la prima volta ‘in diretta’ a un colpo di Stato militare. Data la mia posizione di militante per i diritti umani e la vicinanza ai più poveri, ero piuttosto critico nei confronti del regime di Issoufou Mahamadou e del suo erede designato Mohamed Bazoum. La loro politica sulle migrazioni vicina all’Occidente e la giustizia a loro servizio. Questo, oltre al noto disprezzo per l’opposizione e i poveri, erano gli elementi sufficienti per rafforzare la mia posizione critica nei confronti del potere al governo.
Dopo il colpo di Stato militare, piuttosto strano nel contesto dei tentativi del presidente Bazoum di tracciare un percorso più ‘aperto’ rispetto a quello del suo predecessore, ho potuto osservare ciò che accade quando i militari prendono il potere. Il presidente (mal)eletto, tenuto in ostaggio nel palazzo presidenziale, insieme a parte della sua famiglia. Spari di avvertimento (e feriti) contro chi chiedeva la sua liberazione. La sede del partito al potere vandalizzata e, in seguito, l’attacco all’ambasciata francese. Nel frattempo sono state allontanate le truppe francesi di stanza vicino all’aeroporto di Niamey. Allo stesso modo, i militari americani hanno dovuto lasciare quello di Agadez, progettato per le operazioni dei droni in questa zona dell’Africa. L’ambasciata di Spagna, con il suo consolato, è la sola possibilità per ottenere i visti per l’Europa. L’Italia, con la sua ambasciata, è rimasta e, unico Paese europeo, ha mantenuto la collaborazione con la giunta per la formazione dei militari nigerini.






