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Ultimo aggiornamento: 8:01

Lo stacco dal ritorno in patria definitivo, dopo 14 anni di permanenza, si sente giusto all’ingresso dell’aeroporto internazionale Diori Hamani, primo presidente della Repubblica del Niger. Gli addetti al controllo doganale osservano con qualche commento i regali ricevuti prima di partire e ordinati nella valigia. Si impilano i quadretti con la forma e la bandiera del Paese con le croci di assai note di Agadez, inframezzate da magliette, stoffe locali, portamonete e cinture in cuoio per chiudere con monili per la famiglia e amici.

Passate le formalità rimane un tempo di attesa prima dell’imbarco che si riempie di ricordi e letture degli scritti di saluto e di addio di amici e conoscenti. C’è poi il decollo dell’aereo e le luci della capitale Niamey, più numerose del solito, si allontanano fino a scomparire come per ricordare che lo stesso è accaduto nel Paese in questi ultimi anni. Luci e tenebre abitano nel Sahel dove il malessere politico, economico e i gruppi armati sembrano essersi dati l’appuntamento.

Nell’aereo con destinazione Istanbul, il sedile alla mia sinistra è occupato da un nigerino che confessa di dirigersi ad Amburgo in Germania dove risiede da anni lavorando e formandosi. Alì conferma il malessere di una parte crescente della popolazione nei confronti della giunta militare che, naturalmente, non può adempiere a quanto promesso al momento del golpe ‘di palazzo’ di due anni or sono. Si trova in disaccordo con le restrizioni che il potere opera nei confronti di chi osa esprimere un pensiero diverso da quello ufficiale e lamenta il tradimento di alcune figure importanti della società civile. Sembra di trovarsi dinnanzi a un orizzonte che si allontana mano a mano che lo si avvicina come un’utopia smarrita nel deserto.