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16 NOVEMBRE 2025
Ultimo aggiornamento: 7:20
Sono le tre parole che ho sentito più usate dal mio ritorno dal Sahel. In questi pochi mesi mesi, armi, guerra e sicurezza sono proprio quanto credevo aver lasciato partendo dal Niger. Dopo 14 anni di permanenza tra le zone più ‘critiche’ dell’Africa pensavo di trovare ben altra musica tornando a casa. I militari al potere nei tre Stati confederati nel Sahel centrale, i gruppi armati affiliati a Al Quaeda e Stato Islamico, quelli di autodifesa, mercenari di varia provenienza e armi in quantità. Questo sembra essere il sentire e vivere quotidiano nel Mali, Burkina Faso e Niger. Società nelle quali l’ambito militare appare tanto pervasivo da incidere nei ritmi e stagioni politiche di questi Paesi. Mi sbagliavo.
Dall’altra parte del mondo, colui che per convenzione unilaterale si chiama ‘Nord’, si trova lo stesso clima solo declinato in un contesto che definire democratico è altrettanto fuorviante. Bisogna armarsi e riarmarsi, accrescere la potenza per colpire prima dell’eventuale attacco nemico. Occorre prepararsi alla guerra che verrà, probabilmente presto o comunque quando sarà necessario. La propria sicurezza sarà cercata, promessa e garantita, anzitutto e dappertutto. Per la nostra tranquillità ci sono le aree video-controllate nei bus, nei treni, i luoghi pubblici, le chiese, le frontiere e in ogni tipo di entrata che meriti questo nome. Anche in questa porzione del mondo si opera la militarizzazione della società.






