L’arrivo in massa di persone migranti a Ceuta, avvenuto la scorsa settimana, secondo l’intelligence spagnola è stato facilitato e sostenuto dalle autorità del Marocco. Come già avvenuto in passato, quando Ceuta venne usata come leva di ricatto nei confronti della Spagna. I motivi geopolitici non mancano: dai rapporti tesi con l’Algeria alla vicinanza tra Rabat e Washington, in particolare con Donald Trump.
Sono rimasti in diverse centinaia, forse qualche migliaio, per le strade di Ceuta, per lo più subsahariani e sudanesi, accampati attorno al centro di accoglienza completamente travolto dall’arrivo delle decine di migliaia di persone provenienti dal Marocco lo scorso giovedì e che ora distribuisce da bere e da mangiare come può. La stragrande parte di quanti avevano allora attraversato a nuoto il frangiflutti del Tarajal per entrare in Spagna, hanno fatto marcia indietro poche ore dopo, rientrando nel paese maghrebino. Credevano che dall’altra parte del confine avrebbero trovato un’Europa pronta ad accoglierli e invece hanno dovuto fare i conti con la fame e la sete impossibili da soddisfare in una città chiusa per la paura. Ragazzi adolescenti mandati fuori dal Marocco a rischio della vita, un centinaio di loro l’hanno persa infatti, schiacciati dalla folla o affogati in mare, l’identificazione delle vittime non sta risultando facile. Non è una crisi migratoria quella di questi giorni nell’enclave spagnola: è una crisi dettata da ragioni geopolitiche, alimentata dalla reazione internazionale, trasformatasi rapidamente in una crisi umanitaria e in una strage.










