di
Walter Veltroni
La notte del 2 novembre 1975 l’omicidio dello scrittore: 50 anni di ricostruzioni e tesi false
Una cosa è certa, assolutamente certa: il 2 di novembre del 1975 Pier Paolo Pasolini non fu ucciso da Pino Pelosi al termine di un rapporto sessuale. Quella è la balla che è stata costruita per annientare l’immagine pubblica, la storia, le parole di uno dei più grandi intellettuali italiani del Novecento. Una delle schifezze confezionate in quegli anni da quel grumo di melma che teneva uniti, in un’unica poltiglia, criminalità comune, pezzi dello Stato e della magistratura, servizi e strutture segrete, logge massoniche, terroristi di vario colore.
La tesi costruitaSi cercò di dimostrare, a dispetto di ogni evidenza giuridica, come l’autore di «Ragazzi di vita» fosse un adescatore di minorenni che quella sera avrebbe «rimorchiato» alla Stazione Termini il diciassettenne Pino Pelosi e, dopo una cena al Biondo Tevere, ristorante dell’Ostiense, lo avrebbe portato all’Idroscalo di Ostia per consumare un rapporto sessuale a pagamento. Ma non basta: dopo l’assassinio, Pelosi, arrestato dai carabinieri, imbastisce una tesi ancora più orrenda. Pasolini avrebbe cercato di violentare il giovane Pino che lo avrebbe ucciso per evitare che lui lo penetrasse, visto il rifiuto del ragazzo, con un paletto che il poeta aveva raccolto da terra. Quindi su Pasolini e il suo pensiero civile si doveva abbattere non solo lo stigma dell’omosessualità, allora come oggi assurdamente presente, ma quello orrendo, definitivo, del violentatore di minorenni. Una pagina di interrogatorio bastava per giustiziare per la seconda volta un uomo il cui pensiero, esageratamente libero per quelli e questi tempi, aveva disturbato molti, troppi. Nel libro di Simona Zecchi «Pasolini massacro di un poeta» sono riportate le parole che, ancora nel 1979, Pelosi consegnò a Oggi: «Non ho ucciso Pasolini volontariamente, lui mi aveva aggredito per violentarmi. Gli ho sferrato un calcio nei genitali per difendermi. Poi sono scappato…».







