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Quando fu ucciso, nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975, Pier Paolo Pasolini era uno degli intellettuali italiani più noti ma anche più discussi. All’epoca, alcune delle sue opere – libri, film e scritti – e il suo stile di vita erano considerati scandalosi. Frequentava scrittori e poeti importanti ma anche ragazzi ai margini della società. Ed era omosessuale. Alcune persone, dopo l’omicidio, interpretarono la sua morte come la conseguenza della vita che conduceva.

La stessa notte in cui fu ucciso, la polizia aveva fermato sul lungomare di Ostia un ragazzo di diciassette anni che guidava una macchina rubata. Era la macchina di Pasolini. Quel ragazzo, Giuseppe Pelosi, confessò: disse di aver ucciso lo scrittore durante una lite, sostenendo di essersi difeso da un suo tentativo di approccio sessuale. Venne processato e condannato, scontò la pena. In apparenza, non c’era più nulla su cui indagare.

In realtà, come spiega Stefano Nazzi nella nuova puntata di Altre Indagini, la scena del crimine raccontava una storia più complessa, e nella ricostruzione della polizia alcuni dettagli non tornavano. Negli anni successivi emersero altre voci, altre testimonianze, altri nomi, e lo stesso Pelosi raccontò cosa successe quella notte in modo molto diverso da ciò che disse nel processo.