“Quarant’anni fa per il colesterolo totale si parlava di allarme sopra i 260 milligrammi per decilitro. Dieci anni fa sopra i 250. Oggi basta superare i 200 per essere destinati a una terapia cronica. E domani? Questa non è fisiologia, è deriva culturale”. Non usa giri di parole Fulvio Ursini, professore emerito di Chimica Biologica all’Università di Padova, per criticare la “criminalizzazione” dell’ipercolesterolemia solo su base epidemiologica-statistica ma senza un fondato sostegno su base meccanicistica molecolare. Su questo tema ha scritto, con Paola Arosio, Processo al colesterolo. La verità della scienza oltre equivoci e falsi miti, edito da Cortina. Un libro strutturato, appunto, come un vero e proprio “processo”, al colesterolo, con tanto di istruttoria, accusa, difesa e prospettiva di una sentenza finale.

Professor Ursini, perché contesta l’abbassamento delle soglie di rischio?

La questione che pongo è una questione di epistemologia. Noi abbiamo tradizionalmente una medicina basata sulle cause, che possono essere biologiche, ad esempio virus, batteri, o chimiche o fisiche. Ma le cause, ad esempio, rispetto a malattie cardiovascolari, cancro, neurodegenerazioni, non le sappiamo. La correlazione epidemiologico-statistica non significa causalità (quella che esiste invece, per citare un’altra battaglia, tra fumo di sigaretta e un tipo di cancro del polmone). Invece nel caso del rapporto tra colesterolo e infarti e ictus, il dato epidemiologico viene fatto diventare causalità. Posso spiegarmi con un’immagine?