HomeFirenzeCronacaOperaia incinta discriminata al lavoro. Azienda condannata a risarcireA due anni di distanza, la Corte di Appello ribalta la sentenza di primo grado e dà ragione alla lavoratriceA due anni di distanza, la Corte di Appello ribalta la sentenza di primo grado e dà ragione alla lavoratriceRicevi le notizie de La Nazione su GoogleSeguiciUn’operaia, rientrata al lavoro dopo il periodo di congedo per maternità, si era vista cambiare le proprie mansioni, con altre che per lei erano rischiose. Alla fine di tutta una serie di episodi spiacevoli, aveva deciso di dimettersi per giusta causa. Una scelta che l’azienda aveva però contestato e il caso era finito davanti al giudice del lavoro. Il tribunale diede ragione all’azienda, ma la donna andò avanti e assistita dall’avvocata Irene Romoli, fece ricorso in appello. Pochi giorni fa la sentenza: i giudici hanno ribaltato l’esito del primo grado, accogliendo l’istanza della donna e condannando il datore di lavoro a pagare 25mila euro di risarcimento, oltre a spese e interessi. La controversia è nata in una pelletteria di Borgo San Lorenzo, più di dieci anni fa.

I fatti, in sintesi, sono i seguenti. L’operaia, addetta al confezionamento, comunica nel 2015 in azienda la gravidanza. Il datore di lavoro le chiede di attendere un mese per poter fruire dell’astensione anticipata, prevista di diritto nel settore della pelletteria dove ci sono lavorazioni a rischio; l’astensione le viene quindi concessa con un mese di ritardo. Ma non finisce qui. Al rientro - la donna è in pieno allattamento - l’azienda le cambia la mansione mettendola alla pulitura pelli, un’attività che prevede l’utilizzo di solventi, che sono vietati durante l’allattamento. Mentre al suo posto, al confezionamento, viene mantenuta la dipendente che era stata assunta per sostituirla durante il congedo.