DETROIT. È davanti al The Congregation, vecchia chiesa diventata luogo di aggregazione per la comunità fra mercatini, birra, musica dal vivo e tavoli all’aperto nella zona nord di Detroit, che Abdul El Sayed, 42 anni, origini egiziane, dà appuntamento per l’ultimo miglio, quello che separa la caccia ai voti residui e le urne che si aprono oggi in Michigan. Primarie democratiche e toni aspri, cattivi fra i contendenti. «Viviano lo storytelling nazionale della contrapposizione progressisti/establishment», sintetizza Eric Juenke, ricercatore universitario. Fra le strade di Detroit, città della sofferenza industriale, di un riscatto lento e affannoso, i nipoti di Kennedy, Clinton, Obama si giocano una fetta di futuro in vista delle Midterm del 3 novembre. Da una parte c’è il funzionario della sanità pubblica, il Dr. El Sayed, progressista, antisraeliano, copertura sanitaria per tutti, asili per i bambini, abolizione dell’Ice (l’agenzia che si occupa di migrazione), tasse ai ricchi e una crociata contro i soldi delle grandi corporation che dilagano e inquinano – sue espressioni – la politica Usa. Con lui Alexandria Ocasio-Cortez, Bernie Sanders, Elizabeth Warren, le star del movimento progressista Usa. Dall’altra Haley Stevens, 43 anni, deputata, un passato alla Casa Bianca con Barack Obama – fu fra il 2009 e il 2011 uno dei volti delle operazioni di salvataggio dell’industria automobilistica – che ha il partito che conta, l’establishment, dalla sua. Ha più soldi (60 milioni hanno raccolto per spingerla) e l’appoggio della lobby ebraica dell’Aipac. Non che se ne siano innamorati, non fa sognare, ma almeno una sua vittoria eviterebbe l’incubo di ritrovarsi alle Midterm con un progressista con venature di sessismo (l’accusa, che lui smentisce) a contendere il seggio al repubblicano Mike Rogers. I volontari di El Sayed si sono moltiplicati in un anno a un ritmo vertiginoso, da una manciata sono diventati 12mila. James è uno dei leader, studia relazioni internazionali e ha già in tasca un biglietto per un internship all’Onu a Ginevra. «Vengo da una famiglia repubblicana, madre insegnante, e la difesa dei diritti, dell’uguaglianza e la scuola pubblica sono al centro di ogni cosa», dice mentre snocciola i punti chiave della piattaforma di El Sayed. I sondaggi lo danno in vantaggio del 12/14 per cento. El Sayed è tutto tranne che un neofita della politica. Nel 2018 perse le primarie per governatore contro Gretchen Whitmer, che pure nel 2028 molti vedono in lizza per la Casa Bianca. Da allora si è pure re-inventato podcaster. Lo fa benissimo, retorica affascinante, pensiero e frasi affilate. Whitmer? «Pagata e comprata». (Nel mirino un finanziamento elettorale dall’azienda del padre). Il senatore Fetterman? «Un orco». E la rivale Stevens? «La politica meno capace d’America, non sa mettere insieme due frasi di senso compiuto». Quando si tratta di Israele e Gaza, le dichiarazioni sono gonfie di «ma anche». Non crede che Israele dovrebbe esistere come Stato ebraico; quando in marzo una sinagoga venne attaccata nei sobborghi di Detroit condannò in un video il gesto, sottolineando però che tutto ha origine nelle «azioni di Israele nella regione». L’Aipac lo teme come la peste tanto da aver messo in queste primarie 30 milioni; Jordan Acker, della Michigan University: «Se va al Senato la comunità ebraica è in pericolo». Nell’America di oggi – vista da Dearborn, 100mila abitanti, 60 per cento di popolazione di origine araba, venti minuti da Detroit – non è un handicap. Una ricerca del Pew Research Center (9 luglio) ha attestato che l’opinione favorevole degli americani verso i palestinesi è cresciuta, quella verso gli israeliani crollata. C’è stato un sorpasso del gradimento. A New York 25 anni dopo l’attacco alle Twin Towers c’è un sindaco musulmano, il primo senatore di quella fede sarebbe notizia a metà. El Sayed incarna oggi quel vento di ribellione all’establishment – sia la palude dei democratici di Washington e ovviamente Trump – che mobilita i giovani. Nel 2024 – ci dice Marty Jordan, politologo della University of Michigan – «l’entusiasmo nei campus per i Dem si era ridotto». Il “dottore” pesca fra di loro, fra gli studenti dei college e fra - attenzione - i trumpiani delusi. O meglio quelli che votarono Trump – nel 2016 e anche due anni fa – e oggi si trovano a pagare oltre 4 dollari un gallone di benzina e nel Michigan industriale fra Stellantis, Gm e Ford, sentono il peso dei dazi e le incertezze della manifattura più di tutti. La disoccupazione è al 5% (quasi un punto sopra la media nazionale); di poco sotto la media il reddito (72mila dollari). El Sayed ha trascorso la domenica visitando tre chiese nei dintorni di Detroit, e poi con i sindacati. Ieri l’abbiamo visto fare canvassing il porta a porta con i suoi volontari lungo Rosa Parks Street, chiedendo un ultimo sforzo. Jeans e maglietta, cellulare infilato in una tasca davanti. «Credo che in America non importa dove tu sia nato e cresciuto, e quale è il colore della tua pelle e come preghi, meriti gli stessi diritti». Ovvero «una buona scuola, copertura sanitaria e un buon lavoro». Il Washington Post ha ricordato le accuse di sessismo, ha citato alcune deputate che si sono sentite offese dal modo in cui si esprime, da come attacca le donne. Ha messo nel mirino pure Michelle Obama, giudicando, in un volantino fatto circolare, la sua campagna antiobesità «non funzionale e inefficace». La replica: «C’è un sacco di disprezzo, non sono qui per fare il buono».
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