Il 30 luglio 2026 rischia di entrare negli annali della crisi migratoria europea con lo stesso peso simbolico dell'agosto 2015, quando Angela Merkel pronunciò il suo celebre Wir schaffen das, cioè «possiamo farcela», lo slogan che spalancava le frontiere della Germania a un flusso di migranti che si sarebbe rivelato ingovernabile. L’altro slogan associato alla Merkel era la Wilkommen Politik, la politica del benvenuto. A Ceuta, l'enclave spagnola incastonata sulla costa marocchina, undici anni dopo in appena ventiquattr'ore sono arrivate circa 60.000 persone: più di due terzi della popolazione residente, che si aggira sugli 84.000 abitanti. Migliaia di giovani uomini, in gran parte marocchini, hanno nuotato attorno ai frangiflutti e scavalcato le reti metalliche che dividono il continente africano da quello che, giuridicamente, è già suolo dell'Unione Europea. I negozi e i bar del centro hanno abbassato le saracinesche per paura dei saccheggi, e il presidente dell'enclave ha dovuto chiedere a Madrid l'invio dell'esercito.

La crisi in quest’ultimo caso è stata breve. I numeri non erano paragonabili a quelli della Germania di undici anni fa, quando arrivarono circa un milione e duecentomila persone, in prevalenza da Afghanistan e Siria. A Ceuta inoltre dopo pochi giorni molti di quei migranti illegali erano tornati indietro. Il premier spagnolo Sanchez però era stato costretto ad un umiliante stop nella sua politica di accoglienza; aveva mandato l’esercito a espellere i migranti; era stato messo sotto accusa dalla maggioranza dei governi europei. Per tentare di attutire il danno di immagine rispetto a quel «modello spagnolo» che era stato esaltato in precedenza per ragioni ideologiche, sono fiorite le prevedibili dietrologie. Complotti ai danni del povero Sanchez sono stati additati come i veri colpevoli: dal re del Marocco fino a Donald Trump. Il ruolo del Marocco è noto: esercito e polizia di frontiera marocchino avevano effettivamente incoraggiato l’esodo. È possibile che il sovrano marocchino abbia avuto un ruolo, anche per «vendicarsi» del recente disgelo tra la Spagna e la sua eterna rivale, l’Algeria (un abbraccio diplomatico all’insegna del gas). Ma questo ci ricorda che l’Africa, a cominciare dal Maghreb, non è l’eterna vittima dell’Occidente che i sensi di colpa e il vittimismo vogliono descrivere: ha classi dirigenti con le loro strategie geopolitiche. In ogni caso, il ruolo del Marocco è stato reso possibile perché la Spagna aveva perseguito una politica delle frontiere aperte, sia con le sanatorie recenti sugli immigrati illegali, sia con alcune sentenze giudiziarie.