Agcom ha avviato il percorso per decidere il futuro delle frequenze usate dagli operatori mobili italiani. I diritti d’uso scadono a fine 2029 e l’ipotesi oggi più concreta è un rinnovo fino al 2037, senza una nuova asta. La scelta eviterebbe un nuovo esborso miliardario per le telco, ma apre una questione decisiva: come garantire che il vantaggio concesso si traduca davvero in investimenti nelle reti.Indice degli argomenti

Frequenze mobili, perché il rinnovo non bastaPerché un rinnovo invece di un’astaIl peso delle aste sul 5GPerché una consultazioneObblighi, KPI e milestoneIl pezzo che manca: una garanziaCome misurare il vantaggio del rinnovoTranche, verifiche e sanzioni proporzionateIl 29 luglio l’Agcom ha deciso di mettere in consultazione il quadro regolatorio per il rinnovo dei diritti d’uso delle frequenze radiomobili in scadenza al 31 dicembre 2029. La scelta è quella dell’Opzione Rinnovo già delineata un anno fa nella delibera 154/25, in questo caso tutti i diritti d’uso sarebbero prorogati fino al 31 dicembre 2037, a fronte di obblighi vincolanti di copertura, qualità e accesso. Se l’Autorità ha deciso di avviare questa consultazione significa che probabilmente le frequenze non saranno rimesse a gara, ma affidate a chi si impegna a trasformarle in investimenti, raccogliendo così la richiesta di gran parte delle telco (da Tim a WindTre a Fastweb+Vodafone), tranne Iliad che secondo alcune fonti vicine all’azienda ha espresso forte disappunto sull’ipotesi. Il testo della consultazione non è ancora pubblico, ma nel comunicato sembra mancare un pezzo, ed è il pezzo che regge tutto il resto: una garanzia che rende credibile l’impegno.Perché un rinnovo invece di un’astaVale la pena ricordare da dove si parte, perché la scelta dell’Autorità non è scontata e nasce da alcune scelte precedenti. Negli ultimi vent’anni le aste hanno drenato agli operatori mobili italiani miliardi di euro basti pensare ai 6,6 miliardi nel 2018 per il 5G. Quest’ultima cifra fu pagata al MHz sette volte l’Irlanda e tre volte il Regno Unito, con una configurazione dei lotti che creò scarsità artificiale e una gara distruttiva tra gli operatori. Nello stesso periodo i ricavi del settore si sono ridotti di oltre un terzo, da circa 42 miliardi nel 2010 a poco più di 27 nel 2023, mentre gli investimenti in rapporto ai ricavi salivano dal 15 al 26 per cento. Ogni euro versato all’asta è un euro sottratto alle antenne.Il peso delle aste sul 5GL’asta ha una logica semplice e ingannevole: incassa subito, il resto verrà. Ma il 5G è la prova che non funziona. Dopo il 2018 e per anni quelle frequenze sono rimaste sottoutilizzate, con reti non-stand-alone che offrono una copertura ampia ma di qualità inferiore al potenziale. Solo a metà del 2025 gli operatori hanno iniziato a costruire reti 5G Stand Alone, quelle che abilitano bassa latenza e servizi industriali. Chi paga troppo per la licenza rinvia gli investimenti che quella licenza dovrebbe rendere possibili. Rinnovare senza gara, indirizzando le risorse risparmiate alle reti, rompe questo circolo.Va detto con precisione, per non alimentare l’obiezione del regalo: il rinnovo non può essere gratuito. Nell’ipotesi contenuta nella delibera 154/25 si prevede che gli operatori continuino a pagare i contributi correnti, senza incrementi, rapportati alla nuova durata dei diritti. Quello che si evita non è quindi il pagamento ordinario, ma il sovrapprezzo dell’asta e la sua guerra al rialzo.Perché una consultazioneSe l’Autorità ha deciso di avviare una consultazione (alla quale si potrà rispondere fino al 5 ottobre), significa che l’ipotesi del rinnovo si fa più concreta, e quindi serve costruirne un impianto serio e preciso. È a questo che serve la consultazione: capire, ad alto livello, se quell’impianto sia compatibile con il mercato, e perché. Nel caso di rinnovo infatti scaturiranno a carico degli operatori obblighi importanti. Alcuni possono essere già letti in filigrana con l’ausilio della delibera 154/25. Ad esempio, la copertura non è più solo una percentuale di popolazione, ma include le aree che il mercato da solo non serve: località montane e rurali, direttrici stradali e ferroviarie comprese le gallerie, località turistiche e parchi nazionali. La qualità viene fissata con indicatori misurabili, KPI, cioè i parametri concreti con cui si verifica se la rete mantiene le promesse: almeno 150 Mbit/s in download, 30 in upload e una latenza non superiore a 15 millisecondi, al 95 per cento della popolazione e in condizioni di picco del traffico. La verifica ricalca il metodo dei piani PNRR, con una tabella di marcia scandita da tre milestone intermedie e finali. E per tenere aperta la concorrenza, i tre operatori maggiori dovranno dare accesso al quarto operatore e ai fornitori di servizi, inclusi gli MVNO. Il controllo, infine, sarà ex post, con campagne di misura sul campo come già avviene in altri Paesi europei.Obblighi, KPI e milestoneÈ questo il cuore del cambio di metodo: dai principi ai risultati, dalle intenzioni alle metriche. Ma proprio qui si apre una domanda che la consultazione lascia in sospeso. Cosa succede se un operatore, alla terza milestone, non ha rispettato la copertura promessa o non raggiunge i valori di velocità e latenza? Nel comunicato si descrive come si misura l’impegno, sarà interessante capire, quando sarà pubblicata la consultazione, se e cosa sarà previsto nel caso di non rispetto degli obblighi. Perché un obbligo senza una sanzione credibile è solo un auspicio.Il pezzo che manca: una garanziaNella delibera 154/25 nulla è previsto. E un correttivo è quindi necessario. Rinnovare senza gara significa, in sostanza, riconoscere agli operatori un vantaggio economico e concorrenziale: lo Stato rinuncia agli introiti di un’asta in cambio di una promessa di investimento, e in nome degli interessi generali (citati nel comunicato) si riduce la concorrenza impedendo così a nuovi operatori di acquisire risorse scarse come le frequenze. Nulla di tutto questo si può concedere sulla fiducia.Un modello esiste già ed è collaudato: i bandi di gara con contributi a fondo perduto. Chi riceve denaro pubblico a fronte dell’impegno a realizzare un progetto (anche cofinanziato) deve prestare una fideiussione, cioè una garanzia bancaria o assicurativa che l’amministrazione escute se il progetto non viene realizzato o se le tappe di avanzamento non vengono rispettate. La logica è elementare: la fiducia si dà, ma si copre. Se realizzi, la garanzia si libera; se non realizzi, restituisci il vantaggio ricevuto.Come misurare il vantaggio del rinnovoIl rinnovo delle frequenze ha la stessa identica struttura, c’è un beneficio, lo spettro conservato senza il costo di una gara. C’è un impegno a realizzare un progetto, la copertura e il 5G Stand Alone scanditi dalle milestone. Manca solo la garanzia che chiude il cerchio. Va introdotta mediante metriche utili a misurare tale vantaggio ricevuto: a ciascun operatore beneficiario del rinnovo si dovrebbe chiedere una garanzia, commisurata al valore degli obblighi assunti, escutibile pro quota a ogni milestone in cui i KPI non risultino rispettati: se non si rispettano obblighi e indicatori, le frequenze vanno pagate. Il vantaggio implicito nel rinnovo torna allo Stato nella misura esatta dell’inadempimento.C’è di più, e riguarda proprio il metodo scelto dall’Autorità. Il comunicato del 29 luglio afferma che la verifica degli obblighi di copertura ricalca «la metodologia già adottata in Italia per il controllo dei piani di intervento pubblico in ambito PNRR», con le sue tre milestone intermedie e finali. Ma in quel modello, come in ogni bando con contributi a fondo perduto, il controllo per stati di avanzamento non cammina mai da solo, lo accompagna una garanzia: il beneficiario che manca la tappa non perde soltanto il finanziamento futuro, restituisce quello già ricevuto, e può farlo perché ha prestato una fideiussione. L’Autorità ha preso in prestito il metodo di verifica di quel modello, e non può lasciare per strada un presidio che lo rende effettivo.Tranche, verifiche e sanzioni proporzionateIl meccanismo è semplice da disegnare, e proprio per questo può funzionare. Una garanzia che si articola in tranche legate alle tre milestone: a ogni verifica superata se ne libera una quota, a ogni verifica mancata l’amministrazione la escute per la parte corrispondente al divario tra l’obbligo assunto e il risultato misurato sul campo. Chi investe non anticipa nulla più di una polizza, che si scioglie via via che la rete cresce; chi non investe paga in proporzione a quello che non ha fatto. Nessuna trattativa e nessuna discrezionalità: sono le stesse campagne di misura previste dalla consultazione a far scattare in automatico l’escussione.Non è un cavillo, è ciò che rende il sistema serio. Certo chi non rispetta gli stati di avanzamento perde le frequenze. La revoca resta l’arma estrema, ma è un’arma spuntata proprio perché estrema: togliere lo spettro a un operatore significa disservizi per milioni di utenti, contenziosi lunghi, incertezza per tutto il mercato. Un’amministrazione lo sa e per questo esita, e l’operatore sa che esiterà. Una garanzia risolve anche questo problema. È una sanzione graduata, che morde in proporzione al ritardo senza dover staccare la spina alla rete. Consente allo Stato di essere reintegrato del vantaggio concesso quando l’investimento non arriva, senza colpire due volte gli utenti finali, che sono anche contribuenti. E toglie in radice l’incentivo peggiore, quello a incassare la licenza a basso costo per poi investire il meno possibile.Va ribadito: che oggi quel presidio non sia all’orizzonte non è un’impressione. In tutta la delibera 154/25 non compare alcuna fideiussione, cauzione o garanzia finanziaria legata al rispetto degli impegni. Le uniche due volte in cui il documento pronuncia la parola garanzia riguardano altro: l’apertura della gara ai nuovi entranti «a garanzia della più ampia apertura al gioco concorrenziale» e la continuità delle vecchie reti 2G per lo smart metering del gas. Mentre, appunto, l’unico strumento previsto contro l’inadempimento è la revoca dei diritti, e proprio qui una nota della delibera è illuminante: persino in caso di revoca, l’operatore resta comunque tenuto a versare per intero il contributo di rinnovo dovuto. Lo Stato si è premurato di blindare l’incasso del canone, fissato agli importi correnti senza aumenti, ma non ha previsto nulla che lo tuteli sulla parte che davvero conta, l’investimento nelle reti. Sul denaro che entra c’è una cintura di sicurezza, sulle antenne che devono sorgere non c’è niente. È questa asimmetria che la garanzia può correggere, riportando l’equilibrio dove serve, non sulla cassa ma sulle reti che il Paese si aspetta dal rinnovo.