Ho attraversato continenti per benedire le fondamenta di un ospedale.Pensavo di essere venuto qui per benedire delle pietre.Invece sono state quelle pietre a benedire me.Perché tra quelle mura ho incontrato una bambina. Si chiama Rebecca. Ha tredici anni.Ha un nome leggero, quasi da primavera. Ma porta sulle spalle un peso che nessun adulto dovrebbe conoscere, figuriamoci una bambina.

Ha perduto il padre. Ha perduto la madre. È andata a vivere con la nonna. Ha perduto anche lei.Poi è rimasta sola.Sola con una malattia che il mondo conosce benissimo quando deve fare statistiche, e dimentica troppo facilmente quando dovrebbe fare giustizia.Rebecca vive con l'Aids.Ogni giorno percorre chilometri a piedi, attraversando i villaggi, per raggiungere il luogo dove può ricevere le cure che la tengono in vita.Cammina sotto un sole che sembra non finire mai.Cammina perché vivere, per lei, significa prima di tutto mettersi in cammino.E mentre noi misuriamo le distanze in minuti, lei le misura nella speranza di arrivare prima che il corpo si arrenda. Ogni suo passo è una preghiera silenziosa. Ogni chilometro è una domanda rivolta alla nostra coscienza.L'ho incontrata. Non mi ha chiesto nulla. Non mi ha raccontato la sua storia. Mi ha semplicemente abbracciato. Poi ha pianto.Non erano lacrime rumorose.Erano quelle lacrime che i bambini imparano a versare quando hanno già sofferto troppo, quelle che non chiedono compassione, perché hanno smesso perfino di aspettarsela.Mi sono accorto che non stavo stringendo soltanto Rebecca. Stavo stringendo tutte le lacrime che il mondo non ha visto. Ci sono abbracci che durano pochi secondi. E ci sono abbracci che continuano a vivere dentro di te molto tempo dopo essersi sciolti. Quello di Rebecca appartiene a questa seconda specie. Da allora continuo a sentire il suo peso sulle spalle.Non era il peso di una bambina. Era il peso dell'Africa.Noi siamo diventati bravissimi a guardare il dolore senza lasciarci ferire.Lo fotografiamo. Lo commentiamo. Lo condividiamo. Poi torniamo alla nostra cena.Rebecca, invece, non si lascia fotografare. Rebecca ti entra nel cuore e ci rimane.Da quando l'ho incontrata continuo a ripetere dentro di me le parole di un antico salmo:«Di te ha detto il mio cuore: Cercate il suo volto; il tuo volto, Signore, io cerco».Ma ogni volta, senza accorgermene, le sbaglio.O forse è il Vangelo che le riscrive.Rebecca, il tuo volto io cerco.Non il volto della povertà. Non il volto dell’Africa. Non il volto delle statistiche. Il tuo.Perché finché la povertà ha un nome, possiamo ancora evitarla.Quando ha un volto, non possiamo più girarci dall'altra parte.Rebecca è il volto di milioni di bambini.È il volto di chi non compare nei telegiornali.Di chi nasce nel posto sbagliato del mondo.Di chi continua a sorridere senza sapere perché il dolore lo abbia scelto così presto.Noi diciamo spesso di cercare Dio.Ma se Dio, oggi, avesse deciso di nascondersi negli occhi di una bambina africana?Se il luogo più vicino al cielo fosse proprio quell'abbraccio?Forse un giorno il Signore ci domanderà una cosa sola.Non quante chiese abbiamo costruito.Non quante parole abbiamo pronunciato.Ma se abbiamo saputo riconoscere Rebecca.Sono arrivato pensando di portare una benedizione. Riparto con la certezza di averla ricevuta.Rebecca non aveva nulla. Eppure mi ha donato ciò che nessuna ricchezza può comprare: un volto davanti al quale il cuore non può più fingere di non vedere.In questi giorni ho visto anche un altro miracolo.Ha il volto di donne che hanno scelto di consumare la propria vita perché altri possano continuare a vivere.Le suore. Le ho viste farsi madri di chi una madre non l'ha più.Sorelle di chi è rimasto solo. Famiglia di chi non aveva più nessuno da chiamare per nome.Non domandano a quale popolo appartieni. Non chiedono quale sia la tua religione. Non si fermano davanti al colore della pelle, alla lingua, alla malattia.Per loro ogni bambino è un figlio. Ogni uomo è un fratello. Ogni donna è una sorella.E in un continente che troppo spesso conosciamo soltanto attraverso le sue ferite, esse continuano ostinatamente a scrivere il Vangelo con il linguaggio più difficile di tutti: quello di una vita donata, giorno dopo giorno, senza rumore.Per questo oggi non scrivo ai governi. Non scrivo alle organizzazioni internazionali. Non scrivo nemmeno ai cristiani.Scrivo a ogni essere umano.Perché l'Africa non è il margine del mondo. È il luogo dove il mondo decide chi vuole essere.E finché ci sarà anche una sola Rebecca costretta a crescere senza padre, senza madre, senza cure, senza futuro, nessuno di noi potrà dirsi davvero al sicuro.Perché un bambino abbandonato non è una tragedia africana. È una sconfitta dell'umanità.E allora lasciatemi concludere riscrivendo quel Salmo:Rebecca, il tuo volto io cerco.Perché se avrò il coraggio di non distogliere gli occhi dal tuo volto, forse imparerò finalmente a riconoscere anche quello di Dio.3 agosto 2026+ don Mimmo BattagliaCardinale Arcivescovo