Se l’umanità si distingue per la capacità di comunicare con le parole, la sua negazione è la guerra. Soprattutto quando, oltre a non riconoscere l’altro come interlocutore, si vuole cancellarne l’esistenza. Come nella Palestina occupata da Israele. Perciò, contro la barbarie, occorre anche lavorare sulle parole. La XXI edizione di Babel, festival di letteratura e traduzione diretto da Anna Schlossbauer e Lara Ricci, s’intitola “Lingue per mondi possibili”. Dal 16 al 20 settembre a Bellinzona, nella Svizzera italiana, esperti e studiosi sonderanno l’influenza della lingua sulla costruzione di una società più equa. Tra loro il fondatore di Babel, Vanni Bianconi, scrittore e poeta che ha partecipato alla prima missione della Global Sumud Flotilla. Esperienza che ha riversato nel libro “Wahoo! Un’Odissea al contrario” (Marcos y Marcos) e che riprenderà nel romanzo in versi “Se viviamo un’altra notte” (Casagrande, in uscita).Il festival celebra la traduzione come ponte tra culture diverse. E ha due nuove direttrici artistiche. Che impronta hanno dato?«Riassumendolo in un titolo universalistico, o galattico, hanno scelto un tema impressionante per ampiezza e precisione. Così si unisce l’impostazione immaginifica di edizioni come quelle sulle lingue impossibili, sull’Ia di là o su Babele con il taglio politico di altre. Un innesto inedito, consentito da un’impronta teorica forte che attinge alla filosofia del linguaggio, alle neuroscienze e ai culture studies».Nell’era della comunicazione, il paradosso è che non ci capiamo e ci esprimiamo spesso in maniera impropria. A cominciare dai potenti della Terra. Perché?«Per Iosif Brodskij, nume tutelare di Babel, l’estetica è madre dell’etica e basta ascoltare come un dittatore parla per dedurne intenti e ipocrisie. Con presidenti contemporanei che possiedono un lessico di 500 parole e la tendenza a farsi subito smentire dai fatti, il compito sembra essere facilitato. È un disperato cocktail di relativismo e individualismo per cui ognuno si sente legittimato ad avere opinioni su tutto. Salvo poi dimenticarsene in fretta. Le delegazioni di qualsiasi isoletta di pescatori che appaiono ne “La guerra del Peloponneso” di Tucidide dimostrano rispetto e fiducia nel linguaggio e nella realtà che questo crea o rappresenta. Oggi, il genocidio in Palestina ha bucato una falsa retorica che dura da un secolo: chi ci aveva creduto si è indignato e ha chiesto giustizia, ma è stato sufficiente un nuovo cerotto retorico, il finto cessate il fuoco, per far ripiombare nel cono d’ombra Gaza».Il contesto globale evidenzia la difficoltà di dire drammi che non sappiamo elaborare. Lo rivela anche la diatriba sul genocidio in corso?«C’è un rinnovato accanimento nel manipolare la lingua, ma, insieme, va sottolineato il modo in cui la strumentalizzazione serve da liquido di contrasto per rilevarne gli scopi politici. Si pensi all’ipersemantizzazione di “genocidio” che protrae le infinite discussioni per evitare d’intervenire su quanto, mentre si argomenta, viene perpetrato. Ciò vale fino al momento in cui le massime istituzioni confermano il termine: il dibattito, quindi, si sposta sulla delegittimazione delle istituzioni medesime. Per converso, si assiste alla desemantizzazione di “antisemita” che cerca di fagocitare svariati concetti, dotati, invece, di corrispondente vocabolo. Come “antisionista”».Imbarcandosi, lei ha messo il corpo e l’impegno civile oltre le parole. Quale insegnamento ne ha tratto?«Nel 2024, in visita a Sarajevo, mi sono promesso che arte e scrittura da sole non sarebbero più bastate. Avendola scritta in poesia, quella promessa, sono riuscito a mantenerla e a fare “presenza protettiva” con i beduini in Cisgiordania, una marcia verso Rafah e il viaggio con la Flotilla, terminato nella prigione di Ketziot senza, purtroppo, raggiungere Gaza. Abbiamo guardato il Sole sorgere nello stesso punto in cui lo guardano i gazawi, poi visto le colonne di fumo alzarsi dalla Striscia. Abbiamo risvegliato il corpo sociale come non succedeva da tempo, sebbene per un periodo troppo breve. Osservare il mondo dall’orizzonte della Palestina è un buon punto di partenza per sminare le manipolazioni di lingua ed eventi, per documentare quanto e, in particolare, come si può resistere».Riconoscimento dei diritti delle donne, delle minoranze. Le parole cambiano. Sono loro a plasmare la mentalità o è la vita a stimolarle?«È il processo opposto a quello illustrato: maggiori sfumature linguistiche, maggiori sensibilità lessicali e sintattiche aprono a nuove possibili concezioni del mondo. Poi, proprio perché ha a che fare con il possibile e, dunque, con ciò che era reputato impossibile o inaccettabile, pure questo processo tende talvolta verso un estremo ideologico, che dovrà smorzarsi con una sintesi tra la lingua maturata in modo naturale e quella impostata in modo programmatico. A Babel toccheremo la questione con Nasser Abu Srour, autore de “Il racconto di un muro” (Feltrinelli), frutto dei 32 anni trascorsi nelle prigioni israeliane, dove combina una lucidità impietosa verso di sé, la sua famiglia, la seconda intifada, l’Olp e i processi di pace con un’amorevole comprensione dell’umano».
Odissea di parole a Gaza - L'intervista Vanni Bianconi
La lingua per una società più equa. A partire dalla Palestina occupata da Israele. È il tema di Babel, festival della traduzione. Il fondatore: “Contro i potent






