«Se le persone che vengono uccise possono non avere nome, allora tutti possono non avere nome, anche i miei personaggi» ha risposto la scrittrice palestinese Adania Shibli alla giornalista e storica Paola Caridi che, sul palco mantovano di Piazza Castello, le chiedeva perché nei suoi libri nessuno fosse identificato.

La forma è fondamentale per l’autrice di Sensi e Dettaglio minore (La Nave di Teseo), che rivendica una lingua spezzata. Una lingua che balbetta, che tradisce, che ti abbandona. Racconta come si arrabbiavano, lei e i suoi fratelli, perché i loro genitori, avendo vissuto la nakba del 1948, non la raccontavano: «Noi ce lo aspettavamo, li rimproveravamo, eravamo arroganti. Ora io ho la stessa difficoltà che avevano loro. Io che amo la lingua e che speravo che mi restituisse questo amore. È doloroso. Non riesco, non voglio parlare, spiegare. Del resto, quando siamo in pena, la prima cosa che perdiamo è il linguaggio. Si trasforma in lamento, in qualcosa che lo precede». Si commuove pensando a «questo fallimento reciproco tra noi e la lingua, che è inevitabile» e osserva come invece «il linguaggio ufficiale proceda spedito e chiaro, senza esitazioni».

La letteratura, per Shibli, è un modo di esistere, di non diventare un mostro, «di mantenere la mia umanità, attaccata ogni giorno». E così, invece di parlare dei morti, parla degli uccelli migratori, che a Gaza quando era bambina arrivavano a milioni e che si orientano anche con i riferimenti topografici. «Come vivono il fatto che restano solo macerie? La perdita è su così tanti livelli che è impossibile capire le conseguenze di ciò che sta accadendo. Si ritroveranno? Torneranno? Guardi il cielo e pensi che non c’è più posto nemmeno per loro. Anche noi viviamo un disorientamento totale, proprio come quello degli uccelli».