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Ultimo aggiornamento: 14:53
di Laetitia M. G. Tamburrino*
La narrativa occidentale islamofoba e filo-sionista che ha monopolizzato i media negli ultimi sessant’anni appare oggi anacronistica e pretestuosa, soprattutto se letta dalla prospettiva di giovani della Generazione Z come me. Recentemente Mariarosa Mancuso, commentatrice culturale de Il Foglio, ha scritto parole inquietanti riguardo a quello che è stato un momento storico della Mostra del Cinema di Venezia: la standing ovation per The Voice of Hind Rajab.
Il film ricostruisce l’ultima telefonata di una bambina di cinque anni intrappolata in un’auto durante un raid israeliano a Gaza nel 2024. Alla prima mondiale, la Sala Grande ha reagito con ventitré minuti di applausi, tra lacrime, rabbia, sdegno e protesta: un raro istante di catarsi collettiva, che ha fatto emergere il meglio dell’animo umano come solo il cinema sa fare, generando un momento di speranza per la causa palestinese. Eppure, non tutti hanno accolto questo momento con sensibilità. Mancuso, anziché leggere l’evento per ciò che era – un grido universale di umanità – lo ha liquidato con argomenti che rivelano più pregiudizio che analisi: “di lì a qualche anno le (a Hind Rajab) avrebbero imposto di non mostrare neppure una ciocca di capelli” e poi “Nessuno ha ricordato la carneficina del 7 ottobre”. Contestazioni di questo genere puzzano di ipocrisia islamofoba alle orecchie di chiunque si informi in maniera neutrale.














