Santarcangelo di Romagna, 5 ago. (askanews) – Uno spettacolo che può agire anche come un dispositivo semiotico, che intreccia storie e parole, intorno al tema della lingua e delle dinamiche di potere che presiedono anche all’uso del linguaggio. Marah Haj Hussein è un’artista palestinese che ora vive in Belgio e al Santarcangelo Festival ha portato la performance “Language: no broblem”. Un lavoro allestito come un’opera di poesia visiva, con i segni delle parole a essere protagonisti fisicamente, ma su supporti inconsueti, insieme a lei, attrice sul palco di un lungo racconto multilingue.

“Il tema della lingua – ha detto Marah Haj Hussein ad askanews – è qualcosa con cui siamo letteralmente cresciuti. Fin da bambini abbiamo conosciuto la nostra lingua araba, ma da sette anni si comincia a studiare l’ebraico a scuola. E questo è davvero usato come uno strumento di potere, e credi sapendo che saper bene l’ebraico offre a te palestinese molte più possibilità, una sensazione di maggiore uguaglianza, rispetto ai cittadini israeliani con cui vivi nella stessa terra”.

Le pièce unisce il racconto di Hussein a testimonianze audio e a storie che vengono dai territori occupati: e il modo in cui la lingua dominante lentamente soppianta quella dominata diventa del palco evidente: anche nei discorsi trascritti in arabo alcuni termini appaiono solo con i caratteri ebraici. “È una strategia, tristemente nota – ha aggiunto l’artista -: l’ebraico ha cominciato a infiltrarsi nell’arabo: oggi ci sono molte parole che in arabo si sono semplicemente perse, sostituite dalle parole ebraiche, che è il linguaggio del potere, del progresso, della tecnologia. È diventato il linguaggio del successo”.