L'Editoriale

Lunedì 03 Agosto 2026

ITALIA. Nel corso della mia vita e del mio impegno sociale mi sono occupato di fabbriche, di lavoro industriale, di come l’organizzazione dei reparti in Bergamasca stia mutando sotto la spinta delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale.

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È un cambiamento che conosco: lo vedo nei turni che si accorciano, nelle linee che si automatizzano, nei sistemi che anticipano le decisioni delle persone. È un cambiamento che ho imparato a leggere nei corpi, nei gesti, nelle fratture che apre e nelle possibilità che a volte offre. Poi, quasi senza accorgermene, ho iniziato a guardare un altro cambiamento: quello della montagna. Un amico, con cui da giovani salivamo spesso sulle Orobie, mi ha detto che anche lì qualcosa si è spezzato. Non un lento scivolamento, ma un salto, un’accelerazione. Così ho pensato fosse necessario volgere lo sguardo verso quei versanti che credevamo immutabili, per capire come la crisi climatica sia già tra noi, dentro i paesaggi che ci hanno formati. Nelle Orobie c’è un movimento silenzioso: la vegetazione sale, la fauna sale, gli ecosistemi interi si spostano verso l’alto come se la quota fosse l’ultima difesa. È un gesto di sopravvivenza, ma anche un gesto che porta con sé un limite: la montagna non è infinita. Oltre una certa soglia c’è solo roccia, cresta, cielo. E quando arrivi al cielo, non puoi salire ancora. I dati «Gloria» lo mostrano con chiarezza: tra il 2009 e il 2022, sulle Prealpi Orobie le specie termofile avanzano, quelle alpine arretrano, le cime diventano più simili tra loro. È la termofilizzazione: il faggio sale, il larice sale, l’abete bianco perde terreno. Sulle Alpi gli ecosistemi si sono già spostati di circa 300 metri verso l’alto dagli anni Settanta. Trecento metri: un mondo intero che cambia posizione.