Nel giro di poche ore il mercato petrolifero globale ha tirato il freno d’emergenza, azzerando il cosiddetto "premio di guerra" accumulato nelle ultime settimane di tensione. Le quotazioni hanno reagito con decisione: il Brent, riferimento internazionale, ha lasciato sul terreno circa il 5%, scivolando nell’area 83,5-83,9 dollari al barile, mentre il WTI statunitense ha registrato una flessione analoga.
A determinare la brusca inversione di rotta sono state le più recenti dichiarazioni di Donald Trump, che si è detto disposto a sospendere i raid militari se i negoziati con Teheran produrranno risultati concreti. Le piazze non stanno scontando un’intesa definitiva o la fine del confronto, ma, più realisticamente, la possibilità che l’escalation venga congelata e rinviata. Secondo indiscrezioni, sulla Casa Bianca pesano anche le sollecitazioni dei principali partner del Golfo — Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti — allarmati dalle ricadute che un ulteriore deterioramento del quadro avrebbe sull’economia regionale e mondiale.
Il fulcro della crisi resta lo Stretto di Hormuz, il più rilevante "chokepoint" energetico del pianeta: ogni giorno vi transitano circa 20 milioni di barili di greggio e un quinto del commercio globale di gas naturale liquefatto. Da questa rotta passano le esportazioni cruciali di Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Iran; qualunque intralcio si riflette quasi immediatamente sulle quotazioni internazionali.







