Eric Orwoll ha una voce calda, levigata da anni di dirette online. Quando lo raggiungiamo al telefono è in macchina, da qualche parte nei boschi dell’Arkansas, assorbito dai lavori di “Return to the Land”, la sua utopia bianca. Sta costruendo un insediamento di circa 65 ettari riservato a persone di «discendenza europea». Ne fanno parte una quarantina di individui. Quello che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato il delirio di un manipolo di estremisti, oggi trova humus fertile in un’America diventata assai più ospitale. La destra radicale ha smesso di vivere ai margini. Il disagio economico, la diffidenza nell'establishment e il terrore per il «declino della maggioranza bianca» alimentano il nazionalismo, mentre la seconda amministrazione Trump, spalleggiata da una Corte Suprema a maggioranza conservatrice, demolisce le politiche Dei (quelle che garantivano diversità, equità e inclusione), governa l’immigrazione con il pugno di ferro e sdogana parole e personaggi fino a ieri impresentabili.Come Orwoll, oggi uno dei volti più noti della destra etnonazionalista. Ex musicista classico con un passato sulle piattaforme per adulti, ha due grandi passioni: la filosofia neoplatonica e l’identitarismo bianco. Nella sua associazione, fondata nel 2023 con Peter Csere nelle campagne vicino a Ravenden, si entra soltanto se bianchi ed eterosessuali. «In generale, ci fidiamo di quello che ci dicono. Non eseguiamo test del Dna», ci assicura. Basta dichiararsi discendenti dei colonizzatori e sembrarlo. Magari come lui, con pelle chiara e occhi azzurri. Chi professa religioni diverse dal cristianesimo, a cominciare dall’islam, resta fuori. Servono i «valori tradizionali della cultura europea», dice a L’Espresso. Alla richiesta di definirli, la risposta diventa liquida tra filosofia greca, diritto romano, Dio, patria e famiglia. È quello che insegnano ai bambini della comunità, specialmente con lo homeschooling.Negli ultimi anni “Return to the Land” è cresciuta quasi indisturbata. La prima vera grana giudiziaria è arrivata a maggio, quando una donna bianca, cristiana, di origine ebraico-russa con marito nero e figli birazziali, l’ha trascinata in tribunale dopo essere stata rifiutata. L’accusa è di aver violato il Fair Housing Act del 1968, che vieta le discriminazioni abitative. Orwoll si ripara dietro il paravento del club privato. «Rttl non vende terreni e non fornisce alloggi. Possiamo includere o escludere chi vogliamo». Il gruppo è certo di spuntarla e prepara nuove “heritage communities” nelle montagne degli Ozark, negli Appalachi e nel Sud. A maggio aveva in cassa oltre 200 mila dollari. Quando gli facciamo notare che i villaggi per soli bianchi ricordano pericolosamente Jim Crow, il sistema razzista che il movimento per i diritti civili impiegò decenni a demolire, Orwoll risponde senza fare una piega: «Non è segregazione, ma libertà costituzionale, un esercizio dei diritti garantiti dal Primo Emendamento (che tutela la libertà di parola, religione, stampa, riunione e associazione, n.d.r.). La composizione demografica del Paese sta cambiando rapidamente e abbiamo pochissima voce in capitolo su come saranno le nostre comunità in futuro». E precisa: «Non voglio la segregazione, ma neppure un’integrazione imposta».L’idea di Rttl affonda nell’infanzia californiana di Orwoll, che racconta di aver vissuto la diminuzione in percentuale della popolazione bianca come perdita di identità e controllo. Nel tempo si è saldata alla reazione contro la cultura woke, la teoria critica della razza e movimenti come Black Lives Matter. «Negli anni Novanta quasi tutti i Paesi europei erano composti per il 90 per cento da persone di discendenza europea. Oggi molti sono scesi al 70 o al 75» (percentuali non riscontrabili in statistiche europee comparabili, n.d.r.). Un cambiamento che definisce «dannoso», perché «modificare drasticamente, nell’arco di una sola vita umana, la popolazione di un Paese, minaccia la continuità del nostro stile di vita tradizionale».Per Orwoll e i suoi seguaci, l’incubo è la «grande sostituzione», la teoria del complotto secondo cui le élite culturali, politiche e finanziarie, soprattutto ebraiche, favorirebbero l’immigrazione per rimpiazzare i bianchi. In questa visione, la civiltà occidentale sarebbero sotto assedio. Da qui il ritorno alla terra e alla famiglia, il culto dell’ipermascolinità. È lo spettro che attraversa blog, social, conferenze e chat Telegram dell’estrema destra.In quell’universo Orwoll è un punto di riferimento. Frequenta gli ambienti più organizzati del nazionalismo bianco e collabora con Patriot Front (quelli della calata in maschera su Washington). Queste amicizie e gli ammiccamenti a Hitler gli sono valsi accuse di antisemitismo. Orwoll, respingendole, tiene a precisare che l’avvocato con cui parlava poco prima della nostra chiacchierata è ebreo: «L’ho assunto, ma non lo inviterei nell’associazione, perché non è di stirpe europea». Con la stessa disinvoltura rifiuta anche la patente razzista: «Non odio le persone di altri gruppi razziali». Poi, però, sostiene che i bianchi abbiano in media un QI superiore ai neri, ma inferiore agli asiatici orientali. Non una superiorità assoluta, precisa. Agli afroamericani concede più talento per musica e ballo. Una difesa che conferma l’accusa. Colpisce la cecità selettiva di Orwoll davanti alle disuguaglianze che ancora attraversano gli Usa. Nativi, neri e ispanici restano molto più esposti alla povertà e alle malattie; decenni di disparità nelle cure si misurano persino negli anni di vita. Nel 2023 l’aspettativa era di 70,1 anni per i nativi americani e di 74 per i neri, contro i 78,4 dei bianchi. E invece nella sua America capovolta, le vere vittime sarebbero i maschi bianchi. Sostiene che le aziende li scartino per assumere candidati delle minoranze e che perfino il sistema del credito premi chi ne riduce la presenza.«Negli ultimi dieci anni questi gruppi hanno vinto alla lotteria», dice sarcastico Peter Simi, sociologo della Chapman University e tra i maggiori studiosi americani di suprematismo bianco. La svolta arriva nel 2016, con l’ingresso nello Studio Ovale dell’uomo che aveva definito i messicani stupratori, incoraggiato la violenza nei comizi e costruito la propria ascesa sul «birtherism», la campagna razzista contro le origini americane di Barack Obama.«Le idee ai margini della società che per anni ho studiato sono diventate politiche», osserva. «Oggi i video dell’estrema destra vengono rilanciati dagli account dell’Ice e del Dipartimento del Lavoro». E il presidente pubblica contenuti creati da queste persone (anche se, per la verità, Orwoll sostiene di esser stato “deluso” da Trump, per via soprattutto dalle guerre in corso). «In passato già sono esistiti tentativi di creare comunità per soli bianchi». L’America, ricorda, ha anche una lunga storia di «sundown towns», le città del tramonto, dove cartelli ai confini intimavano ai neri di andarsene prima che facesse buio. «È la continuazione di ciò che abbiamo già visto con il Ku Klux Klan, le Aryan Nations e i gruppi neonazisti». E avverte: «Queste comunità sono tessere di un mosaico che oggi comprende la Casa Bianca e perfino Elon Musk, il primo trilionario al mondo». Fanno parte, denuncia, «di una forza politica molto più ampia» che sta «smantellando alcuni degli elementi fondamentali della democrazia statunitense». Ora, a sessant’anni dalla fine della segregazione, resta da capire se siano l’ultimo rifugio di un’America respinta dalla storia o il primo cantiere di quella che prova a tornare.Un villaggio riservato a persone di pelle chiara, cristiane e di origine europea. Nasce in Arkansas l’utopia della destra radicale. Che sogna di fermare il declino dei “veri americani
Nel ghetto dei bianchi suprematisti
Un villaggio riservato a persone di pelle chiara, cristiane e di origine europea. Nasce in Arkansas l’utopia della destra radicale. Che sogna di fermare il decl






