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Stati Uniti e Giappone sono intervenuti insieme sui mercati valutari per sostenere lo yen, la valuta giapponese, che nelle ultime settimane era sceso ai livelli più bassi degli ultimi quarant’anni rispetto al dollaro.
È la prima operazione coordinata di questo tipo dal 2011 e rappresenta un segnale della crescente preoccupazione dei due governi per gli effetti che il forte indebolimento della valuta giapponese potrebbe avere sull’economia globale e sui mercati finanziari. L’intervento degli Stati Uniti è insolito perché un governo di rado interviene per sostenere la valuta di un altro paese.
In questo caso, però, il governo statunitense ha interesse a evitare un ulteriore indebolimento dello yen: il Giappone è infatti il principale detentore straniero di titoli di Stato degli Stati Uniti e per difendere lo yen potrebbe essere costretto a venderne grandi quantità. Una vendita massiccia di questi titoli potrebbe far aumentare i tassi di interesse negli Stati Uniti e rendere più costoso per il governo statunitense finanziare il proprio debito.
L’ultima volta che gli Stati Uniti sono intervenuti nel mercato valutario per influenzare il valore dello yen era stata nel 2011. In quel caso, però, l’obiettivo era opposto a quello attuale: allora lo yen si era rafforzato molto perché gli investitori, considerandolo una valuta sicura, avevano scommesso sul rientro di capitali in Giappone per la ricostruzione dopo il terremoto e lo tsunami che colpirono il paese.










