Sono sessanta anni che, ogni volta nuovo, va in scena l'autodramma della gente di Monticchiello e del suo Teatro povero, ed è un traguardo da festeggiare non solo per la qualità del lavoro di quest'anno, 'L'occhio oltre', che si aggiunge e migliora quelli delle ultime edizioni, ma proprio perché direi che segna la definitiva vittoria su una serie di crisi, la più grave delle quali era che stesse diventando una manifestazione di anziani, superata grazie all'arrivo di due ancor giovani coordinatori e registi, Manfredi Rutelli e Giampiero Giglioni, che con passione e dedizione hanno rinnovato e coinvolto le ultime generazioni del paese. Autodramma è la definizione che creò Giorgio Strehler per questa ideazione e scrittura teatrale collettiva che prosegue con la messinscena e la recita coinvolgendo la popolazione del piccolo borgo medioevale vicino Pienza, chiuso nelle sue mura e con una grande cattedrale al centro. Nella piazza a fianco si erige ogni anno un palco e vi si replica il nuovo lavoro da fine luglio a ferragosto, attirando un pubblico da tutta la toscane molto oltre, in gite che uniscono cultura, storia, arte, natura e gusto, visto che siamo in val d'Orcia e sempre le donne di Monticchiello aprono la taverna del Bronzone, cucinando i piatti della tradizione locale. L'importanza di quest'opera collettiva è proprio in quell'assunto per cui nel teatro si rispecchia la società, si fanno i conti con se stessi e il proprio passato cercando di decifrare l'oggi. Ed è quel che accade appunto da sessanta anni con testi che ricordano la povertà contadina con i suoi valori ma anche le sue sofferenze e le lotte contro la violenza della mezzadria, per non dimenticare ma anche riportare in luce le radici e la linea di un impegno civile e umano che dovrebbe servire per uscire dalla crisi odierna e dalla superficialità dei social, la cui denuncia chiude un po' lo spettacolo. Questo finisce comunque aprendo alla speranza, riflettendo e facendo dichiarare a Carlino, il protagonista, se uno ce ne è in questa messinscena collettiva, di aver provato tutta la vita a fare quel che riteneva giusto, capendo che "un'unica verità ci porta avanti, un'unica regola, nel teatro che è la nostra vita. Ed è questa: di sconfitta in sconfitta, già, ma fino alla vittoria". Non a caso si inizia con una nascita e una morte contemporanea, nel segno della continuità, ma anche della non passività, ribellandosi a certe tradizioni simboliche come quella dei nomi di parenti per i nuovi nati, che nuovi devono essere. Nuovi ma legati alla propria realtà, come dimostra l'uso sempre di alcune parole del dialetto, qui da pichini a piaccheriglia, per dire fango, anche se di fango esistono varie specie, dalla mota al loto e altre. E, con un ritmo davvero sempre più moderno, un uso sapiente degli spazi, un montaggio quasi cinematografico da parte della regia, la storia della gente di Monticchiello e di Carlino, segnato dall'occhio rosso "che non è un tramonto ma un alba" con cui è capace di vedere oltre le apparenze, parte da fine anni Trenta per arrivare ai nostri giorni, mostrando la realtà del fascismo, la spietatezza dei proprietari terrieri, il mondo della scuola anni '50, arrivando alla repressione nel dopoguerra dei movimenti contadini, ai rapporti col potere politico anche di sinistra e quindi alla degenerazione della tecnologia e al bisogno di apparire. Un capitolo di questa vicenda è dedicato inevitabilmente alla storia del loro Teatro povero, nato mentre il paese andava spopolandosi, gran momento di riscatto e autocoscienza, anche con un ritratto allusivo, e forse troppo negativo attraverso il personaggio Mariotti, dell'uomo che agli inizi aiutò la nascita dell'autodramma, Mario Guidotti, giornalista democristiano ma di vera cultura, ma si voleva così mettere in evidenza un percorso ideologico di libertà e impegno di sinistra. Alla fine, con tutti gli attori paesani schierati per gli appalusi, da molto anziani e storici ultraottantenni come Idro Guidotti o Arturo Vignai, che vede recitare a fianco il figlio e il nipote, a ragazzi e ragazze giovani e giovanissimi, il pubblico batte le mani con entusiasmo e poi si ferma a chiacchierare con loro e magari a bere una cosa assieme alla taverna, mentre il palco si smonta in parte, perché deve essere sempre libero nella piazza il passaggio per auto e mezzi di soccorso. Si smonta e poi si rimonta con la costanza, la determinazione, la crescita che hanno segnato questi 60 anni con 'l'occhio oltre'.
Nuova vita per i 60 anni del Teatro povero di Monticchiello - Teatro - Ansa.it
Sono sessanta anni che, ogni volta nuovo, va in scena l'autodramma della gente di Monticchiello e del suo Teatro povero, ed è un traguardo da festeggiare non solo per la qualità del lavoro di quest'anno, 'L'occhio oltre'. (ANSA)







