Il grande scultore nel 1808 commissionò a Bernardino Nocchi un quadro che rappresentasse, di faccia e di schiena, la statua di Alexandrine de Bleschamp
«La premura di Canova d’avere un quadretto con la statua dipinta della moglie di Luciano Bonaparte in due vedute di faccia e di schiena, che è una delle bellissime statue di Canova, della quale non era anche finito il modello quando voi partiste». Bernardino Nocchi lo scriveva al figlio Pietro il 9 luglio 1808. Quel quadretto è il dipinto di Palazzo Mansi a Lucca. Canova aveva pensato la Tersicore come ritratto idealizzato di Alexandrine de Bleschamp e volle che Nocchi ne fissasse l’immagine. Pietro aveva lasciato Roma nel maggio 1806; due anni dopo il modello non era ancora finito. Nel 1811 la commissione passò a Giovanni Battista Sommariva e Canova cambiò soprattutto la testa. Il marmo, firmato nello stesso anno, ha un volto che non appartiene più a nessuno. Il quadretto conserva la fase precedente. Nocchi mette la figura due volte, in due nicchie nere scavate in una parete color porfido. A destra la vediamo di fronte, il volto girato verso la lira. A sinistra di spalle: la linea delle scapole, il nodo della veste. Sono due immagini immobili, ma chi guarda le unisce e ricostruisce il fianco che non vede. Davanti a una statua lo farebbe camminando. Sul plinto compare un rilievo con due mani, una maschile e una femminile, che si stringono. Nel 1809 Giuseppe Antonio Guattani lo spiegò come emblema della fede e della concordia coniugale. Nella versione definitiva non c’è: il quadretto documenta uno stato dell’opera che non si conosce altrimenti. Vale la pena fermarsi, anche se non serve al discorso. Alexandrine era la seconda moglie di Luciano, vedova quando la sposò nel 1803, e Napoleone non accettò mai quel matrimonio: costò al fratello il posto in famiglia e l’esilio italiano. Far scolpire quelle mani ai piedi di una musa significava rivendicare ciò che l’imperatore negava. Poi la commissione cambiò mano, e col volto sparirono anche le mani.







