di
Roberta Scorranese
Una delle opere più famose dello scultore illustra un mito antico e ancora misterioso. Ma fu il talento dell'artista barocco a illuminarlo per sempre
Esattamente quattrocento anni fa, nel 1625, Gian Lorenzo Bernini dava gli ultimi ritocchi a uno dei gruppi scultorei più famosi al mondo, Apollo e Dafne, oggi nella Galleria Borghese di Roma. Non aveva nemmeno trent’anni (27, per la precisione) ma era già celebre e conteso dai potenti della città, da papi e cardinali, per capirci. Figlio di Pietro, scultore tardo manierista, Gian Lorenzo era cresciuto tra marmi e cantieri e si era già fatto notare per alcune opere eseguite in autonomia, come il San Lorenzo sulla graticola, oggi negli Uffizi di Firenze.
È, dunque, con l’energia dei vent’anni che Bernini si confronta con alcuni miti complessi e ancestrali: il Ratto di Proserpina e, appunto, Apollo e Dafne. Ancora oggi, nelle sale della Galleria che racchiude una collezione un tempo detta «maraviglia del mondo», le due creature marmoree che si stagliano in una corsa immobile colpiscono soprattutto per due aspetti: il movimento invisibile e le espressioni «dipinte» nei volti del dio e della ninfa. Movimento e espressioni: sembra un linguaggio mutuato più dalla pittura che dalla scultura, ma non è un riferimento scontato. Giovane, «lanciato» (come diremmo oggi), stimolato da una Roma accesa di fervore creativo, Bernini compie un salto estetico destinato a restare per sempre, una specie di anello che congiunge pittura e scultura, marmo e carne, grandi architetture e raffinata pasticceria (sì, progettò anche dei dolci di crema e gelatina per l’aristocrazia romana, come ha documentato Federico Zeri).






