Fu un direttore capace di riconoscere il talento prima degli altri, modernizzare il giornale più importante d’Italia e costruire una redazione destinata a lasciare un’impronta nel dopoguerra. Ma fu anche l’uomo che trasformò il Corriere della Sera in un fedele portavoce del fascismo, accettando le direttive del regime, la propaganda di guerra e le campagne razziali. Aldo Borelli morì a Roma il 2 agosto 1965, esattamente 61 anni fa. Era nato il 2 febbraio 1890 a Monteleone Calabro, la città che nel 1928 avrebbe assunto il nome di Vibo Valentia. La sua biografia racconta quanto il talento professionale possa convivere con il conformismo politico. E quanto un grande giornale, proprio perché autorevole, possa diventare ancora più potente quando decide di mettersi al servizio del potere.
Da Monteleone a Roma, l’ascesa del giovane giornalista
Figlio di Luigi Borelli e Rachele Daffinà Ruffo, nel 1906 lasciò la Calabria e si trasferì a Roma. Studiava giurisprudenza, ma la sua vera università divennero presto le redazioni. Esordì nel quotidiano romano “L’Alfiere”, lavorò per l’agenzia Stefani e tra il 1912 e il 1914 fu corrispondente dalla capitale per “Il Mattino” di Napoli. In quegli anni fece propria la linea antigiolittiana e antisocialista del giornale diretto dalla famiglia Scarfoglio.










