Franco Baresi apparteneva a una generazione di uomini che non si lamentava. Non parlo del talento, è stato uno dei più grandi difensori della storia del calcio, ma di quel modo di stare in campo che oggi sembra appartenere a un’altra epoca. Basta riguardare una partita degli anni Ottanta: Maradona prendeva calci per novanta minuti e non diceva nulla, Baresi usciva da contrasti durissimi, si rialzava e riprendeva il suo posto. Non c’erano proteste, simulazioni, “mi hai calpestato il piedino”, capriole, carpati e tripli salti mortali.

A ben pensarci, il calcio come spesso accade si fa metafora di questa nostra epoca. Ho la sensazione, infatti, che il benessere abbia un effetto collaterale di cui si parla pochissimo: abbassa la nostra soglia di sopportazione. Più la vita diventa semplice, più diventiamo incapaci di accettare ciò che semplice non è. Abbiamo case riscaldate d’inverno e climatizzate d’estate, automobili che ci proteggono come mai nella storia, medicine che curano malattie un tempo mortali, telefoni con cui possiamo parlare con chiunque in qualsiasi momento. Viviamo, almeno in questa parte del mondo, nella condizione più comoda che l’essere umano abbia mai conosciuto.

Eppure, basta una fila al supermercato, un treno che ritarda dieci minuti, una connessione che rallenta, un volo cancellato, una giornata troppo calda, una troppo fredda, e ci sembra che il mondo ci stia facendo un torto. I nostri nonni avevano fatto la guerra. Non dico fossero persone migliori di noi, di sicuro, però, avevano un metro diverso per misurare la fatica, e la contentezza; avevano conosciuto la paura, la fame, per questo difficilmente facevano diventare un dramma ogni piccola scomodità. Oggi, invece, abbiamo confuso il progresso con l’idea che la vita debba essere perfettamente comoda.