Doveva essere il Mondiale delle nazioni sconosciute, è diventato il Mondiale delle superstar del calcio. Se la prima Coppa del mondo a 48 squadre aveva come cifra l’apertura a un numero maggiore di selezioni, ciò che resta, in fondo, è stato il dominio assoluto dei grandi bomber. Basta un dato: sei giocatori hanno superato quota sei reti, mai successo nelle edizioni precedenti, e nessuno di loro è stato, in fondo, un nome inatteso. Mbappé, Messi, Bellingham, Haaland, Dembelé e Kane sono talenti straordinari, ma lo erano già prima di questo Mondiale. Possiamo azzardare: questa Coppa del mondo non segnerà il loro destino sportivo. E anche se facciamo scorrere la rosa della Spagna vincitrice, è difficile imbattersi in un nome che non fosse già noto a chi segue il calcio.Con il Mondiale 2026 dobbiamo quindi dire addio a un effetto che la Coppa del mondo, nel corso della sua storia, ha spesso avuto: il potere di definire la memoria collettiva. Perché la storia di questa competizione è sempre stata il punto di incontro tra le stelle – Pelé, Maradona, Baggio, Ronaldo, Beckenbauer, Zidane – e gli eroi occasionali, quei giocatori che hanno saputo ottenere al Mondiale una loro consacrazione, bucando il magma delle previsioni e guadagnandosi uno spazio significativo nel libro del torneo.In Italia abbiamo avuto tre esempi clamorosi di nomi entrati nel nostro cuore grazie alla Coppa del mondo. Fabio Grosso è diventato un mito popolare, pur senza essere una star: scandisce i momenti decisivi del Mondiale 2006 – rigore procurato con l’Australia agli ottavi, gol in semifinale alla Germania, rigore decisivo con la Francia – ma arriva dal Palermo e ha solo una manciata di gare europee all’attivo. Non diversa, la storia di Salvatore Schillaci, eroe inatteso delle Notti Magiche di Italia ’90: vince la classifica cannonieri di un torneo dove era partito riserva di Vialli e Carnevale, solo 12 mesi dopo aver salutato il Messina in Serie B per andare alla Juventus. Infine Paolo Rossi: convocato tra le polemiche per Spagna ’82, arriva da una lunghissima squalifica per il calcio scommesse, gioca male le prime gare della competizione, ma poi si accende e domina la classifica cannonieri. Era già un talento affermato – ad Argentina ’78 aveva disputato un Mondiale eccellente – ma con quella Coppa del mondo è riuscito perfino a riscrivere una carriera.Storie del genere, oggi, forse sarebbero impensabili. Come lo è quella di Just Fontaine, che ai Mondiali del ’58 arriva da grande attaccante del Reims e riesce a segnare ben 13 gol, creando un record eterno che ancora oggi resiste. Oppure Oleg Salenko, un’anomalia irripetibile: 6 reti a Usa ’94 – di cui 5 contro il Camerun – gli valgono il titolo di capocannoniere a pari merito con Stoichkov (poi Pallone d’Oro), diventando l’unico top scorer di un Mondiale a non aver superato la fase a gironi. Ancora, la consacrazione di Gary Lineker a Messico ’86. In Inghilterra è capocannoniere, ma non ha mai giocato in competizioni internazionali – c’entra l’esclusione dei club inglesi dalle gare Uefa dopo la strage dell’Heysel –: domina il torneo e dall’Everton passerà al Barcellona. Potremmo continuare con Davor Suker, Miroslav Klose, Roger Milla: giocatori che ai Mondiali hanno costruito forse la parte più decisiva della propria leggenda.Perché tutto ciò accade sempre di meno? Dietro alla crescita dello spettacolo e del gioco – indubbia –, in realtà, stiamo creando un calcio sempre più prevedibile. Il Mondiale, che dovrebbe essere il meglio del calcio, in realtà è fagocitato da questa tendenza. L’ultima edizione è stata, in tal senso, emblematica: le squadre coinvolte sono aumentate e con esse il numero di partite. C’è stato un numero di gol per match molto alto – 2,96, non si registrava dai Mondiali del 1970 – ma in fondo le sorprese sono state ben ridotte – Paraguay, Capo Verde, R.D. Congo, Egitto – e mai oltre agli ottavi di finale. Nessuno si era mai illuso che accadesse il contrario: il sistema regala il palcoscenico alle squadre più piccole, ma poi premia le più forti, e con esse i loro marcatori. Non una tendenza diversa da quanto accade in Champions League o nei principali campionati europei.Poi c’è una considerazione più ampia che investe tutto il sistema, sempre più esposto mediaticamente e analizzato con dati e statistiche. E i campionati periferici, ormai, sono sempre più scandagliati. È forse ormai impossibile che un calciatore arrivi al Mondiale da sconosciuto: un Roger Milla odierno sarebbe già da qualche anno sui video di qualche profilo Instagram o nei database di scouting, un Salenko dei giorni nostri difficilmente giocherebbe ancora in una squadra di bassa classifica spagnola come accadde all’epoca al russo, che arrivava dal Logrones e aveva solo 2 partite con la Nazionale russa all’attivo.È il paradosso di un Mondiale mai così tanto globale, diffuso in ogni angolo del pianeta, ma sempre più povero di una delle sue magie più antiche: la capacità di sorprendere. Le stelle continuano a brillare, forse più di prima. Ma appartengono già al firmamento. Gli Schillaci, i Grosso e i Salenko, invece, erano comete. E il Mondiale era il luogo in cui apparivano all’improvviso.
Perché al Mondiale il calcio ha perso la capacità di sorprendere
Se la prima Coppa del mondo a 48 squadre aveva come cifra l’apertura a un numero maggiore di selezioni, ciò che resta, in fondo, è stato il dominio assoluto dei grandi bomber







