Gentile Maurizio, qualche settimana fa ho visitato alle Gallerie di Milano la mostra “Bellezza e bruttezza”. Ci sono andato in un momento in cui la vita sembrava aver perso i suoi colori: giornate tutte uguali, pensieri che si ripetono, quella stanchezza che non è fisica ma dell’anima. Cercavo un luogo dove il mondo facesse meno rumore. La mostra era un percorso di contrasti: volti splendidi accanto a volti segnati, forme armoniose accanto a deformazioni, luce e ombra che si rincorrevano. E mentre camminavo tra quelle sale, ho capito che non era un’esposizione sull’estetica, ma sulla condizione umana. La bellezza che consola. La bruttezza che ferisce. E la vita che, in mezzo, cerca un equilibrio. Davanti a un quadro attribuito a Botticelli — Ritratto allegorico di figura femminile — ho sentito qualcosa che non provavo da tempo: un piccolo allentarsi della tensione, come se il cuore avesse ricordato per un istante di essere ancora capace di emozionarsi. Quello sguardo dipinto, così fermo e così fragile, mi ha riportato a mia moglie quando era giovane: la stessa grazia quieta, la stessa luce negli occhi. È stato un attimo, ma è bastato. Una sospensione del dolore, come se quella figura che non c’è più da tanto tempo fosse tornata a camminare accanto a me, silenziosa e presente. Ho pensato agli studi del neurofisiologo Semir Zeki, secondo cui davanti alla bellezza il cervello reagisce come quando ci innamoriamo: dopamina, flusso sanguigno, una scintilla che si accende. Ma la scienza, in quel momento, non c’entrava. C’entrava solo il fatto che un’opera d’arte aveva fatto ciò che spesso non riescono a fare le parole: aprire una fessura nella corazza della fatica, ricordarmi che l’amore non scompare, cambia forma. In un Paese che invecchia, che corre, che spesso dimentica i fragili, la bellezza non è un lusso. È una forma di cura silenziosa. È un luogo dove chi è stanco può respirare. Dove chi soffre può trovare un attimo di pace. Dove chi si sente solo può scoprire che qualcosa, almeno qualcosa, riesce ancora a toccarlo. Forse è vero che al museo ci si innamora più facilmente. Forse è vero che, al museo, ci si ricorda di poterlo fare. E che la bellezza, anche quando è mescolata alla bruttezza, ci restituisce un frammento di noi stessi. Giuseppe Di Biasi, Mozzate (Como) La risposta di Maurizio De Giovanni Carissimo Giuseppe, nella mia bellissima, caotica e disordinata città c’è una collina. Il suo nome, in greco antico, significava letteralmente “pausa dal dolore”, e noi la chiamiamo ancora Posillipo. All’epoca dell’attribuzione di questa denominazione non c’era come adesso carenza di luoghi ameni, fatti di alberi e ombra, quindi non poteva essere la vegetazione o la conformazione a dare quella forte, intensa emozione; ed è facile capirlo anche oggi, perché basta arrivarci per rendersi conto della vista unica, bella da commuovere e da far restare in silenzio davanti a tutto quel mare, col cielo e le isole e la montagna a fare da sfondo all’insolito silenzio, merce assai rara da queste parti. La sua bella lettera mi ha fatto pensare proprio a quel panorama; perché la bellezza forse non è un oggetto, un’armonia o una condizione, perlomeno non solo questo, ma un movimento. In pratica, la bellezza ci porta da un’altra parte. Lo fa a sorpresa, senza avviso, con immediatezza. Una specie di piccolo viaggio, che comporta come tutti i viaggi l’assenza dal luogo da cui si parte. Di fronte alla bellezza, noi ce ne andiamo. È qualcosa di attivo, di individuale, di personale. Non vale per tutti e non vale sempre, non succede di fronte alle stesse cose anche se spesso percorriamo le medesime strade, seppure in modo diverso. Si attiva in maniera imprevedibile, ma quando si attiva bisogna seguirla, senza fare storie. Ha ragione, esistono spiegazioni scientifiche: la dopamina, il flusso sanguigno, i battiti cardiaci e tutto quello che si vuole, ma a me piace pensare che quelli siano effetti, non cause. Che la causa risieda invece in un traguardo, in qualcosa che cerchiamo inconsapevolmente ma che aspettiamo sempre, e cioè un’emozione. Una composizione interna, qualcosa che finalmente va a posto dentro di noi, che mette ordine o scompiglio nell’anima. E questo qualcosa, lei stesso lo dice con delicato stupore, può essere un ricordo. Il posto dove la bellezza ci porta, togliendoci dall’affannoso o noioso presente, può semplicemente essere nel nostro passato, in un sorriso o in una carezza, in un tono di voce o in un sottile profumo. Un richiamo sensoriale che diventa una misteriosa porta che concretizza un viaggio nel tempo. La bellezza è anche questo, carissimo Giuseppe. Una risposta a un richiamo al quale non diamo troppa attenzione, ma che risuona dentro di noi con i colori della nostalgia e del rimpianto. La bellezza è scoprire che chi si pensa perduto per sempre in realtà c’è ancora, e ci sarà sempre. Al suo posto, cioè dentro al cuore. Un affettuoso saluto.
De Giovanni risponde ai lettori: “Che cos’è la bellezza? La risposta è nel cuore”
Lasciarsi portare da un’altra parte: guardando una mostra o un panorama. O dentro di noi









