“Andiamo a chiacchierare giù, si sta meglio”. Graziano Cioni da Pontorme, scorza empolese, schiaccia il tasto dell’ascensore. La mano è rigida, la malattia picchia duro da anni ormai.
Eppure lo sguardo di un tempo c’è ancora, quello ostinato del comunista dall’ordinanza facile (“Via i lavavetri”, “Via i clochard che chiedono l’elemosina, fanno inciampare i ciechi”), forgiato nelle case del popolo rosso livido dei Sessanta, più incline a rammentare le lezioni di vita di Quirino Fiorini detto ’Rinuccio’, amico d’infanzia, che a bersi pagine di Vladimir Majakovskij. D’altronde lo ’Sceriffo’ a porgere l’altra guancia al Parkinson – l’“inquilino inglese” come lo chiama lui, con i lampi di genio figli della sua arguzia rurale – non c’hai mai pensato. “Si combatte sempre”.
Cioni, è vero che lei qui parla ogni giorno con un prete?
“È un frate”.
Vengono in mente Peppone e Don Camillo. E che vi raccontate?







