Come in un déjà-vu. Rinchiuso tra le quattro mura di una cella, aveva davanti a sé un unico orizzonte: trascorrere lì dentro i prossimi sedici anni della propria esistenza. Un peso insostenibile, sotto il quale è crollato. Dal carcere di Reggio Emilia ha chiesto di parlare con un magistrato e ha firmato la resa. La seconda della sua vita. Luigi Giuliano, classe 1972, esponente di punta della seconda generazione della dynasty criminale di Forcella, a un quarto di secolo dalla sua prima collaborazione con la giustizia, replica il copione. Il suo pentimento fu tra l'altro uno dei primi in seno alla storica famiglia malavitosa di via Giudecca Vecchia. Basti pensare che solo tre anni più tardi, nel 2002, decise di seguirne le orme anche lo zio “Lovigino”, il boss dagli occhi di ghiaccio. Un’altra epoca, un’altra Napoli, sicuramente un’altra camorra. E proprio su quest’ultima “Junior” si dichiara oggi pronto a fare luce con una sequenza di rivelazioni scottanti.

Clan a Napoli, Sos scarcerazioni: sono tornati in libertà killer e boss delle faideGli interrogatori La prime, rese in tre distinti interrogatori, sono state appena depositate agli atti dell’ultima inchiesta che ha travolto la holding targata Giuliano-Mazzarella. Fari puntati, dunque, su droga e racket, ma soprattutto sugli investimenti opachi nel food e nelle strutture ricettive. Sullo sfondo, la frontiera delle truffe agli anziani: «Un affare in grado di far guadagnare milioni di euro». Quello di Luigi Giuliano è un percorso criminale e personale scandito da drammi irreversibili. Nel 1987 il fratello Pio Vittorio viene trovato privo di vita in casa della nonna: all’arrivo delle forze dell’ordine l’ago è ancora nel braccio. Il padre Nunzio, lo stesso che vent’anni prima aveva lasciato il segno dissociandosi pubblicamente dalla camorra, inizia una campagna contro il consumo di droga tra i giovani. La sera del 21 marzo 2005 l’ultima tegola. Nunzio Giuliano viene intercettato e freddato in via Tasso mentre è alla guida del suo scooter. Nei radar degli inquirenti finiscono le rivalità interne al gruppo di Forcella e l’astio con i Lo Russo di Miano, ma l’inchiesta non supererà mai lo scoglio delle condanne definitive. Un delitto ancora oggi senza colpevoli. Fin da giovanissimo Luigi junior, nonostante i tentativi del padre di tenerlo lontano dalla strada, subisce il fascino oscuro dei vicoli. La sua scalata ai vertici del “sistema” dura però ben poco. Alla fine degli anni Novanta il rampollo decide di abbattere il muro di omertà della famiglia. Si pente e con le sue dichiarazioni fornisce uno dei principali input alle indagini che negli anni a seguire smantelleranno a suon di arresti l’impero criminale che dichiarò guerra alla Nco di Raffaele Cutolo. Il carcere La giustizia gli presenta il nuovo conto a marzo 2025. Un ordine di carcerazione lo inchioda a sedici anni di carcere per l’omicidio dello zio, il patriarca Giuseppe Giuliano, ammazzato a Forcella il 9 luglio del 1998. L’ex ras ed ex pentito non regge e si dichiara - per la seconda volta - pronto a collaborare. A condurre gli interrogatori è il pm della Dda di Napoli Mariangela Magariello, in forza al pool guidato dall'aggiunto Sergio Amato, che pochi giorni fa depositato - nell’ambito dell’ultima inchiesta sui clan del centro storico - tre inediti verbali. Il 14 gennaio il nipote di “’o rre” sigla la prima stoccata. Racconta lo smercio di droga e il ruolo apicale assunto da Luigi Giuliano “Zecchetella”: «Per conto suo Vincenzo Vassallo si è sempre occupato di rifornire le basi di spaccio di piazza San Gaetano e del centro storico». Il racconto, seppur scandito da numerosi omissis, vira poi sul reimpiego di capitali che il clan avrebbe immesso in due ristoranti del lungomare e in un club di Chiaia. Le accuse L’1 aprile sottoscrive un’ulteriore sequenza di accuse: «Nel 2020 Michele Mazzarella ha ripreso il comando a Forcella. I Giuliano controllavano il territorio “di sotto”, i Mazzarella quello “di sopra”, da via Duomo fino alla zona dei Presepi». Dopo un passaggio sul cugino Salvatore “’o russo”, killer dell’innocente Annalisa Durante e oggi anche lui pentito, l’affondo all’ultimo reggente: «La gestione degli affari fa capo a “Zecchetella” e ai figli. Chi fa le truffe agli anziani deve versare una quota. È un affare molto redditizio, in grado di fare guadagnare milioni di euro». La Dda mette le mani sulle chiavi di una Forcella mutata, dove i vecchi codici d'onore cedono il passo ai manager del turismo e al business dei raggiri. La caccia al tesoro dei nuovi boss è appena iniziata.