Non una forma di svago o di intrattenimento per civiltà avanzate. In alcuni momenti storici drammatici — come quello che stiamo attraversano — si comprende che le discipline umanistiche potrebbero aiutare a riempire una voragine di cui stentiamo a vedere il fondo. In quei punti di svolta, si diventa particolarmente consapevoli del fatto che, come ha ricordato la critica statunitense Camille Paglia, l’«unica via per la libertà» potrebbe essere l’educazione all’arte. «In sua assenza, l’intelligenza creativa s’inaridisce». Perciò, soprattutto in un tempo di crisi, «il sostegno alle arti dovrebbe essere un imperativo nazionale», ha scritto Paglia.
Un’analoga filosofia è all’origine di un’iniziativa promossa nel 2019 dal governo inglese e rilanciata nel 2023 da quello gallese. I ministri della Salute hanno avviato un programma di «prescrizione sociale», di cui è possibile usufruire con la stessa facilità con cui si accede alle cure mediche. L’obiettivo: indurre i pazienti a migliorare la propria salute mentale e il proprio benessere individuale (anche) attraverso corsi di pittura, di scultura e di musicoterapia, laboratori di danza, visite a musei e a teatri. Una proposta politica di notevole rilievo civile: nell’assistenza sanitaria, si riconosce la benefica funzione rigenerativa della cultura, indispensabile per ridurre l’ansia, per combattere la depressione, per migliorare la qualità della vita, per promuovere il senso di comunità.







