L’esame di Medicina è cambiato. Se ne è parlato molto: «semestre aperto», «semestre filtro», «semestre di prova». E il primo anno ha dimostrato che la cosa è fattibile, e si riusciranno a formare più medici. Sulle prime c’è stata qualche polemica, ma oggi il giudizio di rettori e professori è generalmente positivo, e si può ben dire che l’obiettivo del Ministero per ora sia stato raggiunto. In ogni caso, questa riforma rappresenta un’occasione per chiedersi: una volta ammessi ai corsi, cosa vogliamo insegnare ai medici di domani?

Poco tempo fa il New England Journal of Medicine — il più grande giornale di medicina al mondo — scriveva: «Non possiamo compiacerci delle performance del nostro modo di educare i giovani medici così come lo facciamo adesso, la necessità di cambiare è troppo grande ed è ormai diventato un imperativo morale». E noi? I professori dell’università ci dicono che il corso di laurea non è più quello di 30-40 anni fa. Vero. Ma la struttura di fondo è rimasta la stessa come tipologia di esami e sequenza.È cambiato il modo di insegnare, questo sì. Adesso alcune Università, anche se non tutte, si sforzano di integrare le diverse discipline, di strutturare l’insegnamento intorno a casi clinici, di confrontarsi con la medicina basata sull’evidenza, si insegna — ma solo un po’ — a parlare con gli ammalati, e si discute persino di etica. Sono tentativi certamente lodevoli, ma quello che la medicina (e la società) che cambia richiedono, è ben altro.