Egregio direttore, ho letto le opinioni di diversi lettori sulla nomina di Roberto Mancini a commissario tecnico della Nazionale di calcio. Vedo che qualcuno dimentica l’inqualificabile comportamento di cui Mancini si rese protagonista “fuggendo” in Arabia per seguire il profumo (e non quello) dei soldi. Qualcun altro si dice disposto a perdonarlo se poterà a casa risultati: come sempre nel calcio basta vincere e tutto passa. Io però continuo a pensare che Mancini, per come si è comportato, non dovesse essere richiamato alla guida della nazionale. Avrei preferito Pirlo o la conferma di Baldini. Che secondo me sono anche portatori di un’idea di calcio un po’ più moderna di quella di Mancini.
Paolo Favaretto La risposta del direttore del Gazzettino, Roberto Papetti Caro lettore, essendo notoriamente gli italiani un popolo di santi, poeti ed allenatori, era ovvio che la scelta del nuovo commissario tecnico della nazionale di calcio dividesse i calciofili. Essendo poi la scelta caduta prima su Andrea Pirlo, giubilato in 24 ore per i suoi affari con i russi, poi su Roberto Mancini, su cui grava invece l’infamante accusa di tradimento per aver abbandonato nel 2023 la Nazionale italiana per quella araba, era inevitabile che le dispute fossero anche più accese del solito. Tantopiù che le voci e le indiscrezioni delle scorse settimane avevano fatto intravedere un possibile approdo sulla panchina azzurra di Pep Guardiola, cioè probabilmente il più grande ed innovativo allenatore della storia del calcio. O in alternativa Carlo Ancelotti. Invece dobbiamo accontentarci di Mancini. Domanda: ma qualcuno crede davvero che se per tre volte consecutive abbiamo mancato la qualificazione ai Mondiali, la colpa sia dei metodi d’allenamento, degli schemi o delle scelte tattiche della panchina? Cioè, in due parole, del commissario tecnico? Negli ultimi due Mondiali che abbiamo vinto, quello del 1982 e quello del 2006, a guidare la Nazionale erano due personaggi molto diversi come Enzo Bearzot e Luciano Lippi, uniti però da alcune caratteristiche: la capacità di far gruppo, di tenere al riparo la squadra dalle interferenze esterne, di esercitare una leadership discreta ma efficace. Hanno vinto grazie a questo. Non agli schemi. Ma Bearzot aveva il compito di mantenere unito e motivato un gruppo che comprendeva gente come Scirea, Zoff o Rossi. E Lippi di trasmettere senso dell’armonia e mentalità vincente ai Buffon, ai Totti, ai Cannavaro. Oggi Guardiola o Ancelotti, seduti sulla panchina azzurra, su chi dovrebbero esercitare la loro raffinate doti di leader? O a chi dovrebbero trasferire le loro idee di gioco? Per carità di patria non facciamo nomi. Quei pochi, pochissimi giocatori di indiscutibile livello che abbiamo li conosciamo e si contano, ad essere generosi, sulle dita di una mano. Il resto sono artigiani del pallone di ridotto talento e spesso anche di scarsa umiltà. Possiamo pure affidarli alle cure di Guardiola o Zidane, ma non ne caveremo molto di diverso da quello che sono riusciti a fare Spalletti e gli altri. Il problema è che, al contrario di tanti altri Paesi, non produciamo più giocatori di spessore internazionale e non siamo più capaci di formarli e di farli crescere. La crisi del nostro calcio nasce da qui e da qui dobbiamo partire per provare a risolverla. Il nome del commissario tecnico non è certamente l’ultimo dei problemi. Ma neppure il primo.













