«Sono nostalgica, molto più legata al passato che angosciata dal futuro. Il motivo? Un mistero anche per me. Avverto spesso quella sensazione che si prova alla fine di un’estate meravigliosa: hai vissuto qualcosa di intenso e sai che non potrai mai replicarlo in modo identico. Non amo le “conclusioni”: quando resto fuori la notte, per esempio, non mi piace veder sorgere il sole. È paradossale, me ne rendo conto: l’esistenza è un continuo ricominciare. Eppure… Se potessi liberarmi di questo stato d’animo, agirei: mi impedisce di assaporare pienamente il presente». Niente da fare: Adèle Exarchopoulos è così, incapace di risparmiarsi.
Dopo venti anni di carriera (iniziò bambina in Boxes di Jane Birkin), 46 film e centinaia di interviste, continua a spendersi per ogni risposta: ci pensa su, amplia il raggio. Non rifila mai banalità.
Forse è proprio questa attitudine intensa e generosa a renderla una delle star predilette dai registi francesi: non c’è edizione del Festival di Cannes che non veda la sua partecipazione, talvolta addirittura con due pellicole.
Adèle Exarchopoulos in Garance.
Com’è successo lo scorso maggio: era in concorso con Garance di Jeanne Herry e nella sezione Première con Mariage au goût d’orange di Christophe Honoré. Attrice in perenne attesa di ingaggio e alcolista nel primo, moglie abbandonata con problemi di equilibrio psichico nel secondo. E, pure qui, niente da fare: lei ci prova con le commedie (è il caso di Mandibules di Quentin Dupieux), ha partecipato persino all’edizione transalpina dello show comico Lol – Chi ride è fuori, comunque viene invariabilmente chiamata per parti drammatiche ad alto tasso di empatia.







