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«Adoro i bei ruoli e non sempre accade che vengano assegnati alle donne; ma la situazione sta cambiando e finalmente non si considera la donna solo dal punto di vista estetico». A ribadire un tema fondamentale per il cinema, affrontato in questi giorni al festival, è un sex symbol internazionale, Emmanuelle Seigner, protagonista di una conversazione al Palacongressi, prima di ricevere in serata al Teatro Antico il Taormina Film Festival Achievement Award. Moglie e musa di Roman Polanski, l’attrice e modella francese ha ricordato, come Helen Mirren, il suo legame con l’Italia e con Taormina, rievocando, oltre alla sua esperienza come presidente di giuria al festival del 2020, i lavori girati nel nostro Paese, a partire da “Il male oscuro” di Mario Monicelli nel 1990, ove è stata protagonista con Giancarlo Giannini. «Mario era un uomo molto dolce – ha dichiarato – Ho un bellissimo ricordo di quell’esperienza e del tempo trascorso a Roma per le riprese. Giancarlo un grande attore – ha aggiunto – veramente talentuoso che non vedo da più di 30 anni e spero di ritrovare qui» ha detto riferendosi alla presenza dell’attore ligure al festival per il film “Baracoa” e il documentario ”A journey to meet Mimì”. Indimenticabili anche “Nirvana” di Gabriele Salvatores, dove ha recitato in italiano, e “Giallo” di Dario Argento. «Amo l’estetica di Gabriele ed è stato molto bello recitare nella vostra lingua, anche se per un piccolo ruolo. Anche con Dario è stata un’esperienza speciale: sa ciò che vuole ed ha una visione cinematografica estremamente interessante. Sul set fa solo uno o due ciak, e devi lavorare al meglio e velocemente». Immancabile il focus sul lavoro col marito: «È interessante lavorare con lui non in quanto marito, ma perché è uno dei migliori registi al mondo». Straordinarie infatti le interpretazioni sotto la sua direzione: “Luna di fiele”, “La nona porta”, “Venere in Pelliccia”. Ma è la sua prima collaborazione con Polanski ad essere rimasta nella memoria collettiva: “Frantic” (1988), al fianco di Harrison Ford, che del film era anche il produttore. Una svolta positiva dopo il debutto in “Detective” di Jean-Luc Godard, ritenuto non proprio entusiasmante, e il film “Non guardatemi” di Pierre Granier-Deferre. «Avevo 22 anni, ma non mi rendevo conto di quanto fossi fortunata, perché allora non c’erano tante attrici francesi che recitavano in film americani. Avrei voluto vivere quell’esperienza con una maggiore età e maturità». Un film imperniato sulla storia di solidarietà fra due persone che non si conoscono, ma si trovano a rischiare la vita per aiutarsi, in linea con i valori dell’epoca. E oggi, nei tempi bui del post-pandemia, in cui tutti siamo diventati più chiusi e diffidenti, si potrebbe raccontare sullo schermo una storia del genere? «Sicuramente il mondo sta affrontando un momento storico più duro e forse alla gente non interessa vedere un film del genere, ma credo possa comunque essere utile realizzarlo». Da ricordare anche “Pet Shop Days” di Olmo Schnabel, presentato a Venezia nel 2023, di cui era protagonista con Willem Dafoe. «Amo lavorare con gli americani perché sono molto professionali e la qualità della loro recitazione è elevata».













