Il petrolio ha devastato il delta del fiume Niger. Ma con i giusti interventi questa regione potrebbe tornare un paradiso, sostiene Noo Saro-Wiwa, figlia dell’attivista ambientale ucciso nel 1995
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he succede quando un movimento fondato sulla pace innesca una serie di eventi che lasciano una regione in grado di parlare solo il linguaggio della violenza? Questa domanda mi tormenta dal 2005, quando alla mia famiglia furono consegnati in un sacco i resti dello scheletro di mio padre, Ken Saro-Wiwa. Per riaverli c’erano voluti dieci anni. Prima di seppellirli, io, mio fratello e le mie sorelle ci siamo radunati intorno alla bara per rimettere insieme le ossa.
Eravamo a casa nostra, nel villaggio di Bane. Mia madre ha preferito sedersi a pregare fuori della stanza. Mio fratello maggiore, Ken Jr., ha tirato fuori il sacco con le ossa di nostro padre; intanto la mia gemella Zina strillava e la mia sorellastra Singto piangeva in silenzio. Io mi sono forzata a sollevare un osso lungo avvolto in un foglio di giornale. Lo zio Owens, fratello di mio padre e medico, ci ha aiutati a identificare e sistemare ogni femore, perone, metacarpo e costola; così, via via che ricomponevamo lo scheletro, le nostre menti si calmavano concentrandosi sul compito, e dopo un po’ eravamo tutti intenti a lavorare insieme. Era difficile concepire quei ruvidi pezzi scuri che tenevamo in mano come nostro padre, uomo un tempo energico, dalla pelle scura e il fisico robusto. Invano ho cercato il suo viso nel teschio adagiato a un’estremità della bara.








