La tendopoli di San Ferdinando chiuderà entro la fine dell'estate. Dopo sedici anni. Non si tratta di un'evacuazione, ma di una chiusura programmata, finanziata, con un progetto a valle. Ad annunciarne lo smantellamento è il sindaco del comune che la ospita, Gianluca Gaetano. Il campo, nato nel 2010 sull'onda delle rivolte di Rosarno, è diventato nel tempo una delle immagini simbolo del fallimento delle politiche migratorie italiane: un insediamento temporaneo che non è mai diventato altro. Abitato ogni inverno da cinquecento lavoratori agricoli impegnati nella raccolta delle arance, che scendono a meno di duecento nei mesi estivi. Nessuna donna, nessun bambino. Solo uomini, quasi tutti con permesso di soggiorno regolare, contratto di lavoro e carta d'identità.
«Le risorse che abbiamo ricevuto in questi anni», dice il sindaco, «sono state usate per mantenere in vita il campo, non per superarlo». È una critica al sistema che viene dall'interno del sistema stesso. I fondi – erogati continuamente da ministero, Regione e Unione europea – hanno finanziato per tre lustri uno stato emergenziale cronico, senza produrre nulla. Quante risorse pubbliche siano confluite complessivamente nella gestione ordinaria della tendopoli dalla sua creazione a oggi non è dato saperlo: il sindaco stesso ammette di non avere un quadro chiaro. Quello che è certo è che il modello non ha funzionato.













