Nel manuale scritto da Eugenio Casanova, uno dei padri nobili dell’archivistica italiana, si rintracciano alcune indicazioni su come classificazione e fascicolazione debbano interagire, al fine di condurre la sedimentazione dell’archivio corrente sui binari davvero funzionali allo svolgimento delle attività del soggetto detentore della stessa documentazione. Così, con riferimento al titolario di classificazione, Casanova ricorda come esso si componga di titoli o categorie a loro volta suddivisi in classi, precisando però come quest’ultime “non si ripartiscono più in sottoclassi, ma in fascicoli”. E con riferimento poi al repertorio dei fascicoli, lo stesso autore sente di dover precisare che quest’ultimo altro non è se non “un elenco ripartito per titoli e per classi […] ove per ogni classe sono enumerati l’uno dopo l’altro i fascicoli che vi appartengono”[1].Affermazioni queste che ci fanno ritenere che già quella generazione di archivisti non abbia alcun dubbio sul fatto che la classificazione sia propedeutica alla fascicolazione e che quest’ultima si realizzi solo a condizione di presupporre la classificazione: quasi fossero le due facce dell’identica moneta. E rileggendo le pagine di quel manuale par quasi di vedere all’opera Monssù Travet o uno dei suoi molti epigoni reali[2] che, tenendo in mano una delle tante carte lavorate quotidianamente, la riconduce meticolosamente alla sua precisa posizione d’archivio con una mossa in due tempi: dapprima attribuendole un titolo e una classe e poi scorrendo, nel repertorio, l’elenco dei fascicoli esistenti per quella data classe, fino ad incontrare il fascicolo di destinazione[3].Indice degli argomenti