Associazioni del biologico, Presìdi Slow Food, Legambiente e a tanti piccoli allevatori suinicoli italiani custodi di razze autoctone, hanno scritto una lettera al Commissario straordinario alla Peste Suina Africana, Giovanni Filippini, chiedendo un incontro urgente per rivedere le misure previste per contrastare l’emergenza sul territorio nazionale. Ecco il testo della lettera:
Le organizzazioni e le associazioni firmatarie sono state coinvolte, negli anni scorsi, nella Cabina di Regia nazionale istituita dal precedente Commissario, in considerazione del ruolo di primo piano che hanno sempre svolto rispetto al tema in oggetto. In tale sede abbiamo condiviso un documento di posizione e una proposta che, nella sua impostazione, riteniamo ancora oggi ampiamente valida. Purtroppo, non abbiamo mai ricevuto un riscontro nel merito delle questioni sollevate, fatta eccezione per la disponibilità del Commissario a un’interlocuzione informale con le organizzazioni firmatarie, che, tuttavia, non ha finora prodotto risultati concreti. Il nostro appello, lanciato alla fine del 2024, ha raccolto migliaia di adesioni da parte di operatori del settore, associazioni, consorzi e tecnici, a testimonianza della rilevanza e della condivisione delle istanze rappresentate. Abbiamo inoltre trasmesso una proposta di revisione delle modalità di valutazione della biosicurezza applicabili agli allevamenti estensivi, ritenuta indispensabile per evitare che realtà profondamente diverse vengano valutate sulla base dei medesimi parametri. L’attuale impostazione, infatti, rischia di penalizzare ingiustamente un intero comparto, senza tenere conto delle specificità che caratterizzano questa tipologia di allevamento. Nel frattempo, l’emergenza legata alla Peste Suina Africana (PSA) non può dirsi superata: in alcuni contesti territoriali continua a persistere, mentre in altri si è manifestata più recentemente. Tale evoluzione è confermata anche dai Regolamenti di esecuzione dell’Unione europea che si sono succeduti nel tempo, da ultimo il Regolamento (UE) 2026/1795. Parallelamente, la questione dei risarcimenti continua a rimanere irrisolta. A oggi non risultano ancora riconosciuti in maniera adeguata i ristori spettanti agli allevatori, compresi quelli biologici certificati, nonostante ci risulti che la relativa procedura sia stata avviata già nella seconda metà del 2025 e non abbia ancora trovato una definizione formale. Ancora più preoccupante è la situazione relativa ai risarcimenti per i danni indiretti, sostanzialmente fermi al 31 ottobre 2024. Nel contempo, le risorse destinate all’emergenza risultano essere impiegate prevalentemente per gli abbattimenti dei cinghiali e per la realizzazione di barriere fisiche finalizzate al loro contenimento. Si tratta di interventi che, alla luce dell’esperienza maturata, non incidono in modo significativo sugli spostamenti della fauna selvatica e comportano, al contrario, costi elevati sia in termini di vigilanza sia di manutenzione. Se l’impatto delle misure adottate negli ultimi anni per la gestione dell’emergenza ha già inciso in modo significativo, sotto il profilo economico, sull’intero sistema dell’allevamento suinicolo nei territori interessati dai focolai, per gli allevamenti estensivi e di piccola dimensione tale impatto ha assunto proporzioni devastanti. Si tratta, infatti, di aziende che operano prevalentemente in aree interne e territori fragili, dove le filiere suinicole rappresentano non soltanto una risorsa economica, ma anche un presidio ambientale, sociale e culturale. Esse svolgono inoltre un ruolo essenziale nella tutela della biodiversità animale, conservando e valorizzando razze locali e sistemi di allevamento che costituiscono un patrimonio di interesse collettivo. È opportuno ricordare che, nonostante le numerose cessazioni di attività registrate negli ultimi anni, dovute anche agli effetti delle misure restrittive adottate per il contenimento della PSA, al 30 giugno 2026 l’83% degli allevamenti suinicoli italiani era costituito da aziende con meno di 50 capi. Un dato che evidenzia la rilevanza strutturale della piccola zootecnia nel tessuto produttivo nazionale e la necessità di adottare misure proporzionate alle sue specificità. Per le imprese di piccole dimensioni e a conduzione familiare, gli investimenti necessari ad adeguarsi alle misure di biosicurezza previste dalla normativa rappresentano un onere economico particolarmente gravoso. Tale sforzo, tuttavia, rischia di essere vanificato dall’attuale gestione delle misure di prevenzione, poiché il semplice rinvenimento di un cinghiale infetto a pochi chilometri dall’azienda può determinare l’applicazione di pesanti restrizioni. Tale criticità risulta ulteriormente accentuata dalla recente Ordinanza commissariale n. 4/2026, che ha esteso da uno a tre chilometri il raggio di applicazione delle misure conseguenti al rinvenimento di un animale selvatico infetto. In questo contesto, il sistema dei risarcimenti appare inadeguato sia sotto il profilo dell’entità degli indennizzi sia per l’incertezza delle tempistiche di erogazione. Ne deriva una situazione che rischia di compromettere la sostenibilità economica di numerose aziende. In assenza di strumenti di sostegno realmente efficaci e di un approccio più proporzionato alla gestione del rischio, molte di queste realtà non dispongono, di fatto, di alternative alla cessazione dell’attività, con il conseguente smantellamento delle filiere produttive collegate e un grave pregiudizio per il tessuto economico, sociale e ambientale dei territori interessati. In questo contesto, Regioni e Province autonome continuano a finanziare, attraverso le risorse della Politica Agricola Comune (PAC), bandi destinati a sostenere investimenti finalizzati all’adeguamento delle misure di biosicurezza. Si tratta, tuttavia, di investimenti che comportano un rilevante rischio economico per gli allevatori, chiamati a cofinanziarli e ad anticiparne integralmente il costo, esponendosi finanziariamente senza alcuna certezza sulla possibilità di proseguire l’attività. Infatti, il rinvenimento di un cinghiale infetto entro il raggio di tre chilometri previsto dall’Ordinanza commissariale n. 4/2026 può comunque determinare l’abbattimento dei suini allevati. Nel caso degli allevamenti con meno di 50 capi, inoltre, non è neppure consentito ricorrere allo spostamento degli animali, misura che, peraltro, risulterebbe già di per sé particolarmente complessa e onerosa, soprattutto per le aziende di piccole dimensioni. Ne deriva un evidente paradosso: da un lato le amministrazioni pubbliche incentivano, anche con risorse europee, investimenti significativi per l’adeguamento degli allevamenti; dall’altro, il quadro normativo vigente può vanificarne gli effetti in tempi brevissimi, compromettendo la sostenibilità economica delle imprese che hanno investito per conformarsi alle prescrizioni richieste. Infine, ma non certo per importanza, desta forte preoccupazione la pressoché totale assenza di misure specifiche a tutela degli allevatori che custodiscono le razze suine autoctone, patrimonio di straordinario valore per la biodiversità, la cultura rurale e la qualità delle produzioni agroalimentari italiane. L’esempio più evidente è rappresentato dalla razza Cinta Senese, della quale risulta già macellato circa il 10% degli effettivi. Si tratta di una perdita particolarmente grave, che incide su un patrimonio genetico già fragile, oggetto da decenni di investimenti pubblici e privati, di programmi di conservazione e di valorizzazione, oltre che elemento distintivo di una delle più importanti filiere della norcineria tradizionale di alta qualità del nostro Paese. L’attuale gestione dell’emergenza rischia pertanto di compromettere non solo la continuità economica delle aziende interessate, ma anche il patrimonio di biodiversità zootecnica che esse custodiscono, con effetti potenzialmente irreversibili per la conservazione delle razze autoctone e per i territori che da esse traggono valore economico, ambientale e culturale. La recente ordinanza crea inoltre notevoli difficoltà anche a chi pratica la transumanza, l’alpeggio o il pascolo di ovicaprini in aree di restrizione. Alla luce di quanto esposto, Le chiediamo di voler fissare con urgenza un incontro per esaminare le questioni qui richiamate, nonché quelle già sottoposte alla Sua attenzione, che la recente Ordinanza commissariale n. 4/2026 e l’evoluzione dei focolai registrati in Toscana hanno ulteriormente aggravato. La presente è indirizzata, per conoscenza, anche alle Autorità politiche nazionali e regionali competenti, che concorrono alla definizione delle politiche e delle misure di gestione dell’emergenza PSA, nella convinzione che solo un’azione condivisa possa consentire di individuare soluzioni efficaci e sostenibili. Ribadiamo la piena disponibilità delle organizzazioni firmatarie a un confronto costruttivo e tempestivo, mettendo a disposizione le competenze e l’esperienza maturate sul campo, nella consapevolezza che l’urgenza della situazione richiede un dialogo concreto, orientato all’individuazione di soluzioni proporzionate, efficaci e rispettose delle diverse realtà produttive.










