Quando alcuni anni fa andai a vedere dal vivo il basso Fender sfracellato da Paul Simonon al Palladium di New York nel ‘79, esposto in una teca di museo londinese, ebbi la sensazione precisa che il punk fosse ormai un fenomeno storicizzato, imbalsamato in un’archiviazione da reliquia. Invece, ammirare Patti Smith, la “sacerdotessa del punk”, esibirsi al Circo Massimo all’interno della programmazione del Teatro dell’Opera, mentre contemporaneamente un’intera sala al di sotto del monumento più antico di Roma, l’Ara Pacis, viene dedicata ai suoi scatti (immortalati dal suo storico fratello d’anima Robert Mapplethorpe) non mi ha dato lo stesso senso di patetico anacronismo.

Nemmeno vedere le magliette del suo merchandising vendute al prezzo di un viaggio andata e ritorno a Praga mi ha ispirato un senso di tradimento, più che altro mi ha fatto venire una voglia quasi filologica di omaggiarla rubandole, proprio come avrebbero fatto lei e Robert da ragazzini spiantati che sbarcavano il lunario al Chelsea Hotel.

Perché Patti Smith si è salvata dalla retorica della sua stessa leggenda. È rimasta meravigliosamente identica a se stessa grazie al dono raro dell’autenticità.

La ragazzina che al Gerde’s Folk City, al cospetto di Dylan, chiese a Eric Andersen di sostenerla con un semplice accordo in MI e improvvisò lì, su due piedi, una storia di fratello e sorella divisi dall’avidità del mondo (episodio che il documentario della Rolling Thunder Revue di Scorsese consegna alla storia) è la stessa che, dopo il lutto del marito Fred “Sonic” Smith, tornò sul palco richiamata dallo stesso Dylan a cantare Dark Eyes, la canzone che lo aveva fatto rinascere artisticamente, come egli racconta in Chronicles. Ed è ancora lei che nel 2016 salì a Stoccolma al posto suo per ritirare il Nobel, smarrendo i versi di A Hard Rain’s A-Gonna Fall (brano che si chiude, con ironia che il destino non si è lasciato sfuggire, proprio su “I know my song well before I start singing it”).