ROMA – Da tempo, ormai, nel mondo sì può morire di fame per una ragione in più. Una ragione che non viene mai elencata tra quelle solite e cioè gli sconvolgimenti climatici, le guerre, la povertà. Ma è una ragione decisiva, meno visibile delle altre, ma spietata e colpevolmente impunita. Ha a che fare con il “gioco" cinico delle scommesse sulle oscillazioni dei prezzi dei generi alimentari, che avvengono ogni giorno nelle borse valori di tutto il mondo, senza il controllo di nessuno e che creano volatilità e instabilità dei prezzi. Il cibo, insomma, viene trattato come una merce finanziaria quotata in borsa come confermano numerose ricerche di organizzazioni umanitarie, come Azione contro la fame e Oxfam. Le fluttuazioni improvvise, generate anche dalle scommesse dei bloker colpiscono i Paesi più poveri, imponendo alle famiglie di spendere fino al 90% del proprio reddito per nutrirsi. Sta avvenendo in molte parti della Nigeria, nel Sud Sudan, in Afghanistan, nello Yemen.
Quanto contano i “derivati” sulle crisi alimentari. Ogni broker finanziario attraverso i derivati può scommettere, ovunque si trovi, sui prezzi del cibo. Nello stesso tempo, milioni di piccoli agricoltori – che producono 1/3 del cibo globale – sono esclusi da ogni accesso al credito delle banche. Lo raccontava bene in un articolo su Mondo Solidale, Andrea Baranes, presidente della Fondazione Culturale Responsabilità Etica, della rete di Banca Etica, e portavoce della coalizione Sbilanciamoci!: “Mettiamo che si preveda che una siccità possa portare ad una minore produzione di grano - scriveva Baranes – gli speculatori cercheranno di comprare derivati sul grano per anticipare il possibile aumento del prezzo".







