Beppe Grillo che rivendica l’identità originaria dei 5 stelle e grida al tradimento, racconta e ripete la parabola fatale di ogni movimento politico, religioso, civile.
Che si può narrare in cento modi diversi. Come la storia inevitabile del passaggio dall’infanzia all’età adulta, o dall’adolescenza alla maturità dei movimenti. O come la storia fatale della purezza delle origini e poi la corruzione del tempo, l’idealismo dei pionieri e il cinismo dei successori.
O ancora come l’impostura furtiva dei fattori nei confronti dei padroni, e il traviamento dei figli rispetto all’eredità dei padri. O tornare al fatalismo dell’evoluzione e raccontare che a un certo punto subentra per forza la realtà, la necessità, o semplicemente la politica, che è sangue e merda, dicono taluni, con prevalenza sempre più crescente del secondo elemento.
La predica di Beppe Grillo avrebbe potuto farla un padre nobile della destra o della sinistra rispetto alla destra di governo e alla sinistra di genere, cioè alla Meloni e alla Schlein. Anzi l’avrebbe fatta con più decoro, considerando cos’erano le origini «fancazziste» e «vaffanculiste» del Movimento.
Possiamo anche imboccare la strada al contrario, e dire che siamo nel momento in cui identità insecchite e tradite, tra inerzia e politicantismo, stanno richiamando in servizio puristi, integralisti, fondamentalisti, estremisti, che sognano di tornare alle origini: il caso più vistoso è quello di Vannacci, ma il ritorno di fiamma di Ale Di Battista o la ripresa a sinistra di movimenti di piazza (che poi rischiano di sbattere al muro quando si mettono alla testa dei cortei i più violenti), dimostrano che c’è un mondo trasversale che si sente deluso e tradito dall’attuale melina politica e dall’ossificarsi degli assetti di governo e di opposizione.











