Yves Saint Laurent arrivò a Marrakech con il compagno Pierre Bergé nel 1966. Il Marocco degli anni Sessanta – e per tutti gli anni Settanta – fu un riferimento della controcultura. Tangeri era la Mecca degli scrittori della Beat Generation. Essaouira il quartier generale degli hippies. Yves aveva 30 anni, era un affermato creatore di moda, l’enfant prodige dell’haute couture cacciato nel 1960 dalla direzione di Dior dopo che con la collezione Beat aveva sconvolto i canoni della maison parigina. Era sensibile ai fermenti della gioventù ribelle di quell’epoca. Cercava ispirazione per le sue creazioni nella luce (quella che aveva stregato Delacroix e Matisse) e nei colori del Marocco. Sessant’anni dopo è difficile capire se sia stata la città a influenzare lo stilista o lui a cambiare Marrakech. Perché a differenza di Tangeri ed Essaouira, influenzate dalla cultura ebraica e occidentale e frequentate in quegli anni da personaggi come Paul Bowles, Alain Ginsberg, William Burroughs, Jack Kerouac, Jean Genet, Paul Morand, Roland Barthes, Michel Foucault, Samuel Beckett e Leonard Cohen, la Marrakech degli anni Sessanta era la capitale imperiale del sud che aveva dato il nome al Marocco, era il punto di riferimento dei pastori berberi che vivevano sulle montagne dell’Atlante, nonché il capolinea delle carovane dei nomadi sahariani. A loro erano votate le attività di piazza Djiemaa el Fna, dove c’erano scrivani e cavadenti, cantastorie, saltimbanchi, acrobati, giocolieri, pugili bambini, ammaestratori di orsi e di scimmie, maghi, comici, incantatori di serpenti, musicisti, danzatori africani, venditori di amuleti e filtri magici. La bissara (crema di fave) era venduta a cucchiaiate perché molti non potevano permettersi una ciotola intera.