Quegli spari, esplosi a Pinerolo 13 anni fa, erano rimasti una ferita per la città e per la famiglia di Giovanni Bruno, il titolare del bar tabaccheria di corso Torino freddato da tre rapinatori. Ma dopo tanto tempo, è arrivata la svolta investigativa che ha permesso agli investigatori di individuare chi, il 4 giugno 2013, uccise quell’uomo. Ora, dopo tanto tempo, la famiglia ha una verità a cui aggrapparsi Per Manuela Griglio, vedova di Giovanni Bruno, la notizia che dopo tredici anni sono stati individuati i presunti autori della rapina sfociata nell’omicidio del marito restituisce un po’ di pace, ma dall’altro le lascia ancora aperti tanti interrogativi. Uno su tutti: «Perché ci sono voluti tanti anni? E perchè i primi rapporti dei carabinieri non sono serviti a imboccare la strada giusta?». Lei che risposta si è data? «Nessuna, continuo a cercare di comprendere cosa si sia inceppato in quel processo, iniziato la notte del 4 giugno 2013. Ma spero che finalmente si possa arrivare alla verità. Questa verità è un diritto che deve essere riconosciuto ai miei due figli, Sofia di 21 anni e Nicolò di 20, che all’epoca dei fatti erano solo due bambini, cresciuti poi senza un padre». Come è cambiata la vostra vita?«Loro sono rimasti orfani e io vedova di un uomo, con il quale avevo costruito, parte della mia vita: ci eravamo conosciuti da ragazzi, siamo cresciuti insieme e insieme avevamo fatto le scelte importanti, per quel futuro che ci è stato negato da tre colpi di pistola». Il bar era un sogno, conquistato insieme? «Sì, ci sono voluti tanti sacrifici e una condivisione di scelte. Purtroppo già a marzo avevo subito un’altra rapina». Cosa ricorda?«Chi è entrato era gente professionista, calma ma determinata, con pistole munite di silenziatore. Avevano chiuso me e i clienti in bagno per poi prendersi i soldi che avevo nel borsello, il denaro con cui pagavamo le vincite. Avevano pianificato il colpo con precisione: malviventi che, senza dubbio, avevano già preso di mira altre sale da gioco». Poi la tragedia di suo marito.«Non potrò mai dimenticare un’immagine: quando sono arrivata davanti al nostro locale c’erano le auto dei carabinieri e lui era riverso in terra, coperto con un telino così trasparente che si riconosceva il volto. È stato terribile». Dopo tanti anni di silenzio, quando ha capito che l’inchiesta era ripartita? «A marzo, quando dalla procura ci hanno avvertito che si stavano facendo nuove indagini per risalire agli autori dell’omicidio». Come avete saputo degli arresti?«Purtroppo dai giornali, avremmo preferito essere avvertiti da chi ha svolto le indagini». Siete soddisfatti?«Sì, ringraziamo i carabinieri e la magistratura per il lavoro svolto. Rimane il dolore per quello che abbiamo perso, ma finalmente si è imboccata una strada che potrà portaci alla verità e ad avere giustizia».