L'Arabia Saudita ha condotto un attacco militare in Iraq contro le milizie locali filo-iraniane, accusate di aver colpito le sue infrastrutture energetiche. Il raid è stato compiuto in coordinamento con gli Stati Uniti e segna la prima mossa offensiva del Regno nel conflitto regionale dopo un lungo periodo in cui Riad ha mantenuto un ruolo marginale nella crisi tra Teheran e Washington. Per comprendere le motivazioni di questa scelta strategica e analizzare gli obiettivi sul lungo termine della Monarchia del Golfo, Huffpost ha intervistato Mehran Kamrava, professore di geopolitica e studi mediorientali alla Georgetown University in Qatar.

Professor Kamrava, perché l’Arabia Saudita ha scelto di intervenire direttamente nel conflitto ora?

L'Arabia Saudita si è trovata di fronte a un dilemma strategico: da un lato la necessità primaria di proteggere le proprie strutture petrolifere, che rappresentano l'asse portante e la principale ancora di salvezza della propria economia, e dall'altro la forte riluttanza a essere trascinata direttamente nel conflitto. Ha scelto di rispondere agli attacchi delle milizie irachene sulle sue infrastrutture spinta da una combinazione di fattori: pressioni di natura interna e pressioni esercitate dagli Stati Uniti. Dopo la firma dell’accordo sul nucleare civile, che è di importanza cruciale per il Regno, Riad non può permettersi di dire di no a Washington.