di
Marta Serafini
Sopravvissuta al massacro di Bucha, l'ex architetta guida Fire Point, azienda leader nel settore bellico ucraino e promette fino a 200 missili al mese: intanto lavora anche a Freyja, alternativa europea ai Patriot
DALLA NOSTRA INVIATA KIEV «Lo facciamo con i missili che ci volano sopra la testa». Iryna Terekh lo dice come se fosse una condizione di lavoro qualsiasi: produrre missili, droni, intercettori e intanto guardare il cielo. Nel suo ufficio, nel centro di Kiev, il motto della società è scritto in latino: Quis nisi nos, «chi, se non noi». Accanto, molti dettagli rosa, il colore del Flamingo, il missile da crociera diventato il prodotto di punta di Fire Point. E una scritta: Milf Tech, risposta sfottò al capo del colosso tedesco Rheinmetall, che aveva liquidato i droni ucraini come roba «fatta dalle casalinghe».
Intorno alla sede, capannoni dove decine di operai assemblano droni in un odore di colla quasi insopportabile. Nelle strade vicine, i segni dei bombardamenti russi. Terekh, ex architetta, sopravvissuta al massacro di Bucha, oggi guida una delle aziende più importanti e più discusse della difesa ucraina.







