La passione per i viaggi a piedi è germinata in me un anno dopo l’altro, come conviene ai sentimenti dalle radici profonde. Da bambino, all’alba dei prismatici anni ’80, camminavo semplicemente per dovere. Durante le placide vacanze estive a Pinarella di Cervia, il mio biondo fratellino e io eravamo tenuti a partire ogni mattina di buon’ora insieme a mamma per percorrere qualche chilometro a passo spedito. I nostri modesti obiettivi erano il faro del capoluogo o i lidi più settentrionali di Cesenatico, e il percorso era rigorosamente ad anello: andata lungo la spiaggia e ritorno nel fresco della pineta, o viceversa.

Assecondare la genitrice era l’unico modo per ottenere la promessa di una piada farcita, di una Fanta o di un gelato a metà pomeriggio. La merenda, come ci veniva ricordato con filologica precisione, andava meritata; mettere un piede dopo l’altro senza rompere le scatole domandando «quanto manca?» era il nostro onesto mezzo per guadagnarla.

Allo stesso modo si regolavano le vacanze in montagna, in Valsassina o all’Alpe di Siusi: le giornate erano ritmate da salite al Culmine di San Pietro o marce a fondovalle verso la statua del leone sulla piazza di Barzio, a Castel Salego o alla chiesetta di San Valentino, dove in un tempo remoto i nostri genitori si erano giurati eterno amore.