La parola chiave è «ni». Una sillaba sola, sospesa tra il sì e il no. È la formula che Forza Italia si porta via dopo due ore di fuoco nella sala dei gruppi del Senato. Una posizione da equilibristi sulla legge elettorale, ma soprattutto la fotografia di un partito che entra per discutere di preferenze ed esce con una domanda molto più pesante sul tavolo: qual è il suo spazio nel governo di Giorgia Meloni? La riunione è un processo interno. Sul banco degli imputati c’è la trattativa condotta da Antonio Tajani con FdI, forse la sua leadership. La domanda che serpeggia tra gli azzurri è semplice: perché ogni volta il conto lo paga FI? «Ha negoziato poco e male», è il ritornello che rimbalza nella stanza. «Si è schierato troppo con FdI, non ci difende più». Al leader vengono rinfacciate le parole di Ignazio La Russa di qualche giorno fa: «Non butterò mai giù dalla torre FI. A meno che non decida di suicidarsi e si butti giù da sola. A buon intenditor poche parole...».

«Dobbiamo rinegoziare» Eppure nessuno, ora, immagina una rottura con Palazzo Chigi. Nessuno vuole aprire una crisi. Ma la convinzione è che la stagione dei passi indietro debba finire. «Dobbiamo rinegoziare», è il senso degli interventi. Perché la legge elettorale è solo l’ultimo episodio di una lunga lista di dossier nei quali FdI avrebbe imposto la propria linea. «È sempre così: noi siamo con le braghe calate, gli altri portano a casa le cose», è una delle frasi che circolano in Senato. Una somma di piccoli attriti che a Montecitorio si è già fatto tempesta, col voto segreto. Tajani si difende. Ricostruisce il percorso della riforma e spiega che Meloni pone un problema tecnico: senza preferenze il testo rischia una bocciatura della Corte costituzionale. «È così, ho sentito una mia fonte alla Consulta…», garantisce il vicepremier. Maria Elisabetta Casellati prova a sostenerlo: «Rischiamo dei correttivi». Lo stesso fa Maurizio Gasparri. Ma nel gruppo non tutti sono convinti. Francesco Paolo Sisto frena: «L’incostituzionalità non è così scontata». D’altro canto non è che manchi nel partito chi ne sarebbe felice. «Magari» chiosa Claudio Lotito quando il leader azzurro ventila la possibilità di un voto con il Rosatellum. Tensioni e malumore Fuori dai vizi di forma, la capogruppo Stefania Craxi contesta il mancato coinvolgimento di Palazzo Madama nella trattativa iniziale: «Dovevamo esserci anche noi». Tajani prova a spiegare: il testo della Camera era già frutto di un’intesa, Salvini aveva dato il via libera e lui, mentre era a Marcinelle, si era trovato davanti a un accordo già impostato. «Non avremmo potuto portare avanti la battaglia da soli» dice, ammettendo di essere stato messo all’angolo. La tensione sale. Craxi interrompe. Tajani replica: «Fammi parlare». Il malumore tracima dalla sala e già a sera il partito prova a spegnere l’incendio: «Non c'è stato nessuno scontro». Numerose fonti confermano a La Stampa il contrario.